PENTITO JIHAD, “ESERCITO DI KAMIKAZE IN ITALIA”/ Non permettiamo alla paura di uccidere la solidarietà

In Sicilia le dichiarazioni del terrorista pentito Arbi Ben Said, tunisino attualmente in carcere, hanno portato all’arresto di 15 persone sospette di terrorismo

10.01.2019 - Francesco Inguanti
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Forze antiterrorismo in azione (LaPresse)

La notizia un tempo avrebbero richiesto un’edizione straordinaria del telegiornale o una non stop di Mentana, vista la sua gravità. Il titolo potrebbe essere: “Fate attenzione, potreste trovarvi un esercito di kamikaze jihadisti in Italia. Parola di pentito”.

Ed in effetti grazie alle confessioni di un pentito e al lavoro svolto da inquirenti e forze dell’ordine, la Dda di Palermo ieri all’alba ha fermato 15 persone. Ce n’è abbastanza per essere preoccupati, soprattutto a Palermo, visto che tutto il traffico di uomini e mezzi partiva dalla Tunisia e giungeva in Sicilia. I dettagli, frutto di intercettazioni e altro materiale raccolto in molti mesi di lavoro dai magistrati palermitani, sono ora noti a tutti.

Ma quando ieri mattina qualche collega e amico del Nord mi ha telefonato per chiedermi quale fosse “il clima in città”, non ho potuto che evidenziare la pioggia battente e ininterrotta che cadeva dalle prime luci dell’alba.

Nel commentare poi la notizia in molti si conveniva sulla sua gravità e sulle conseguenze che essa avrebbe avuto nell’acceso dibattito politico oggi presente nel Paese in tema d’immigrazione. Il timore è che la pericolosità dei fatti possa portare nuove frecce alle faretre, già colme, di quanti identificano in questo problema il primo e il più grave del paese. Ma come dar torto a quanti si sono fatti prendere, talvolta con fondati motivi, dal clima di paura che porta a ritenere nemiche e tendenzialmente pericolose quelle stesse persone che fino ad un anno si incontravano per strada, talvolta svolgevano lavori e lavoretti precari e non si aveva timore a chiamare fratelli?

Sempre nel corso di una di queste telefonate l’argomento si è casualmente spostato su un altro clima meteorologico: l’arrivo della neve la settimana scorsa a Palermo. È noto a tutti che se un acquazzone più lungo del solito la blocca, una nevicata, seppur di meno di 48 ore, può paralizzare tutto e tutti. Eppure in quei pochi giorni per noi di “grande freddo” si è messa in moto in città una macchina della solidarietà che ha portato ad una raccolta straordinaria di coperte e indumenti invernali per i tanti bisognosi, italiani non, di pelle bianca e non, europei e non, che affollano non solo i portici, ma anche le tante strutture di accoglienza esistenti. Si sono viste persone in coda e al freddo in attesa di donare generi di conforto, talvolta anche acquistati per l’occasione, a quanti pativano certamente più freddo di loro.

E poiché la politica da noi è come il calcio – siamo tutti competenti, ma preferiamo guardarlo in televisione -, qualcuno con sommessa malizia chiedeva: ma quanti tra questi la pensano come Salvini, eppure sono qua a portare generi di ristoro a questi poveracci?

A queste domande non bisogna dare risposta, ma alla preoccupazione che a causa del clima di paura generato da una notizia come questa si possa inaridire una delle fonti più pure e più sane della nostra convivenza civile, la solidarietà, sì! Ci rassicura il ricordo dei palermitani in coda per donare tè caldo e coperte a chi in quei giorni era privo di una adeguata sistemazione.

E dunque, mentre ci auguriamo che forze dell’ordine e magistratura ci difendano, come finora hanno egregiamente fatto, dai pericoli del terrorismo, a noi sta la responsabilità di non dimenticare che chi non ha nulla da spartire con il terrorismo va aiutato, in attesa che politici, leggi, regolamenti, accordi internazionali, Unione Europea, e chi più ne ha più ne metta, facciano la loro parte.

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