CONGRESSO FAMIGLIE/ Quando manca l’esperienza resta solo un “Family pride”

- Giacomo Scanzi

A Verona è cominciato il Congresso mondiale delle famiglie. Come era prevedibile, si assiste purtroppo a uno scontro tra opposte tifoserie, dal quale la famiglia vera esce perdente

Sacra Famiglia
Sacra Famiglia col cagnolino di Bartolomé Esteban Murillo (Wikipedia)

Si sta giocando un amaro contrasto, un vero e proprio scontro, sulla famiglia. Come se la questione fosse pertinenza di tifoserie isteriche incapaci di riflettere pacatamente su un bene, che è bene di tutti, perché sta all’origine di ciascuno, ne è il marchio costitutivo. E questo indipendentemente dall’esperienza positiva o negativa che ciascuno ha vissuto e perfino dalle intrinseche contraddizioni, dai fallimenti che spesso la accompagnano.

La prima grande sconfitta della famiglia è la sua ideologizzazione, l’averla strappata dal terreno misterioso dell’esperienza e della storia, e averla condotta sul terreno di uno scontro al livello più basso: quello di una politica nana, incapace di guardare al bene comune, al bene di tutti e al bene di ognuno.

L’isteria con cui i detrattori dell’incontro di Verona e di qualsiasi altra manifestazione pubblica in difesa della famiglia affrontano la questione, il linguaggio violento, l’aria di superiorità culturale e antropologica con cui ne parlano, mostrano innanzitutto che vi è una sostanziale paura della famiglia, paura della sua forza pacificatrice, inclusiva, regolativa. Paura che essa possa intaccare il castello di diritti acquisiti e per definizione moderni, possibili e impossibili, con la sua solidità e forse persino con la sua normalità.

Ma anche chi brandisce la spada della difesa della famiglia come arma di attacco la riduce a fronzolo ideologico, a “partito”. E così si contribuisce ingenuamente alla sua relativizzazione, alla sua riduzione a una delle tante possibili forme di società umana di primo livello.

La famiglia è invece il primo, radicale epos, la prima forma narrativa della bellezza del vivere. E su questo terreno occorre tornare. Innanzitutto riaprendo le case, traendo le famiglie, vecchie e nuove, dalla solitudine cosmica che stanno vivendo, riprendendo la narrazione interrotta.

Anche la Chiesa è afona su questo terreno e non salva dal pericolo di una sua riduzione al “partito” della famiglia, tra l’altro servito con una certa svogliatezza. Non basta cautelarsi dietro una dichiarazione, perfino del Papa stesso, o l’affermazione perentoria di questo o di quello. La Chiesa deve recuperare la consapevolezza che essa è il terreno – oggi forse l’unico terreno – su cui la famiglia può contare per vivere la sua bellezza, pur nelle difficoltà che la storia impone. Ma soprattutto – come dicevano due Papi santi quali Giovanni XXIII e Paolo VI – che senza famiglia non esisterebbe la Chiesa, che la famiglia è la cellula originaria della Chiesa stessa.

Torni, la Chiesa, a celebrare la bellezza della famiglia, a cominciare dai suoi percorsi formativi, che oggi sono vissuti dai più come un’imposizione per poter usufruire per un’oretta della chiesa addobbata a festa. Torni a essere vicina alle famiglie come al suo nucleo germinativo, torni ad aprirsi alla creatività e al realismo della vita familiare.

Finché essa resterà confinata nel piccolo recinto di uno dei tanti pride, le resterà appiccicata l’etichetta di macchietta esistenziale, molto vetero e niente affatto affascinante.

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