IL CASO/ È la “malattia” della letteratura a spiegare la crisi dell’Irlanda

- Enrico Reggiani

La crisi non ha solo messo in ginocchio economicamente l’Irlanda, ma ne ha paralizzato lo spirito più profondo. Che sembra non trovare una via d’uscita. Il commento di ENRICO REGGIANI

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Foto: Ansa

Le narrazioni giornalistiche della crisi irlandese affastellano – con drammatica e convulsa intensità – fatti di cronaca, eventi istituzionali e accadimenti della sfera economico-finanziaria del difficile presente dell’Isola di Smeraldo: quell’isola antica – caratterizzata da forza interiore e capacità di solidarietà difficilmente eguagliabili – che, nella contingenza della sua impressionante crescita economica tra il 1995 ed il 2007, aveva invece assunto l’inquietante (e snaturante) fisionomia felina della Celtic Tiger, secondo un modello metaforico già utilizzato in precedenza per le cosiddette Asian Tigers.

Tale disordinata congerie di fatti, eventi ed accadimenti – comprensibilmente determinata dall’inderogabile necessità di superare l’ardua quotidianità dell’oggi, con le sue più crudeli manifestazioni – fa passare in secondo piano elementi di natura culturale che emergono nella situazione attuale e che dovrebbero essere tenuti in più seria considerazione. Su tutti, ad esempio, la pericolosa saldatura tra crisi finanziaria, aiuti europei, dipendenza economica e sudditanza politica che alcuni osservatori (non la loro totalità) non hanno mancato di rilevare. “L’Irlanda non è in saldo, men che meno la sua indipendenza”, hanno, infatti, gridato migliaia di persone scese nelle strade per contrastare l’accordo Ue sul sostegno alla nazione irlandese, ed il percorso di quei cortei di varia origine si è concluso davanti al General Post Office di Dublino (teatro nel 1916 della famosa ribellione di Pasqua contro il dominio britannico), suscitando alcune emblematiche prese di posizione nell’opinione pubblica nazionale: una parte di quest’ultima ha, infatti, criticato gli organizzatori per la scelta del GPO, in quanto cinicamente orientata a sfruttare il rispetto dei lavoratori per uno dei luoghi storici di Dublino in modo da attenuarne la protesta (diverso sarebbe stato l’esito, dicono costoro, se i cortei si fossero conclusi davanti alla sede del governo); altri commentatori hanno, invece, indicato proprio nel GPO il luogo simbolico più adatto per far confluire rivendicazioni di natura economico-finanziaria e politico-istituzionale: non casualmente, il quotidiano Irish Examiner, fondato nel 1841 per sostenere il progetto della Home Rule irlandese e l’emancipazione sociale e politica dei cattolici, ha persino proposto un’accurata attualizzazione ironica della Proclamation of Independence (letta da Patrick Pearse nel giorno del Lunedì dell’Angelo del 1916), trasformandola in una Proclamation of Dependence (venerdì 19 novembre 2010, consultabile online)…

È forse superfluo segnalare anche che, tra le banche irlandesi colpite dalla crisi, gli strali più acuminati si abbattono sulla Anglo-Irish Bank rispetto a Bank of Ireland e Allied Irish: al di là dell’effettiva esposizione debitoria dei tre istituti bancari, non si può anche scorgere in tale orientamento un esito della locuzione latina nomen omen ovvero un’ennesima vendetta della storia contro la presenza anglo-irlandese per mano di chi anche oggi si adopera per difendere un’idea ristretta (cioè nazionalista) dell’indipendenza nazionale?

Dalle colonne di Avvenire (14 novembre 2010), Giorgio Ferrari si è giustamente chiesto «com’è finita l’isola di Yeats, di Joyce, di Jonathan Swift a fare da quarta gamba a quel crudele acronimo Pigs che i sussiegosi Paesi nordici le assegnano in compagnia di Portogallo, Spagna e Grecia, ad indicare le nazioni europee a maggior rischio di insolvenza?» Il suo quesito potrebbe anche essere reinterpretato in termini culturali e letterari come segue: perché i migliori (e sono molti) tra gli scrittori contemporanei irlandesi, che sarebbero sicuramente in grado di elaborare un’autonoma rappresentazione letteraria della realtà della loro attuale esperienza nazionale, non paiono interessati a o in grado di rivivere la straordinaria, benché sempre personalissima, “propensione comunitaria” di quegli illustri predecessori? Perché prevale tra loro la tendenza alla geremiade solipsistica che solo raramente si concretizza in un contributo costruttivo e non ideologico alla comprensione della vita reale da parte dei propri concittadini – qualcosa di simile a un vero e proprio contributo culturale con intento socialmente educativo?

 

Il celebratissimo John Banville (1945-), ad esempio, ha più volte fatto «il gioco di cercare una perfetta definizione emblematica della nuova Irlanda, da ampliare a volontà con aggiunte successive. Finora il risultato è questo: “La moglie vistosa di un uomo d’affari evasore fiscale che accompagna la figlia dodicenne al corso di riabilitazione per drogati guidando un fuoristrada a ottanta chilometri l’ora sulla corsia preferenziale del bus”» (Corriere, 6 settembre 2007). Banville ha effettivamente continuato a rincorrere tale «perfetta definizione emblematica» della nuova Irlanda, sia impegnando le due persone autoriali della sua narrativa (Banville, appunto, e Black), sia esercitando allo scopo la sua raffinatezza di saggista. Ha constatato che «c’è una generazione intera di irlandesi che ha conosciuto soltanto l’opulenza. Ma adesso che è arrivata la recessione non potremo nemmeno emigrare come negli anni ’50. Anche il nostro vecchio lamento, che si riassume nell’acronimo Mope (Most Oppressed People Ever), non funziona più» (Il Sole 24 Ore/Domenica, 26 luglio 2009).

 

È, infine, di recente giunto all’amara conclusione che «il denaro ci ha protetto dai più bassi istinti [razzisti]. Oggi li vedo riemergere. […] Ho paura, abbiamo paura dei debiti che peseranno sulle spalle dei pronipoti, ma ho paura anche di questo, di ridicoli rigurgiti nazionalistici. […] È stato un momento straordinario quando Londra s’è detta pronta ad aiutarci. Salvati dalla Gran Bretagna, suona, a molti, francamente inaccettabile. […] Forse da tutto questo nascerà una nuova coscienza sociale, quella che è sempre mancata all’Irlanda» (Il Sole 24 Ore/Domenica, 21 novembre 2010).

Non ha, però, ancora detto quale potrebbe essere il suo apporto di scrittore alla nascita di tale «nuova coscienza sociale»: non – si badi bene – nel senso di un impegno politico-partitico diretto (spesso imbarazzante e a buon mercato) secondo il logoro modello ideologico dello scrittore engagé, ma in quello ben più personale e responsabilizzante dell’appassionata rappresentazione letteraria della totalità della vita dell’uomo. Sarebbe troppo audace chiedere a Banville di tentare almeno un embrionale rinnovamento del suo prezioso contributo di narratore, alimentandolo con la speranza e la fiducia nella verità e dignità della persona umana? Da principio tale rinnovamento non riuscirà forse a essere né “perfetto”, né “emblematico”, ma di certo saprà almeno fornire preziosa testimonianza dell’intenzione di affrancarsi dalla triste e inconsapevole complicità che, nel più recente passato, sembra aver mosso lo scrittore irlandese nella sua ricerca della «perfetta definizione emblematica della nuova Irlanda»…

 

Come Banville, molte altre star di prima grandezza del firmamento letterario dell’Irlanda contemporanea non sembrano in grado di proporre una lettura della più recente esperienza nazionale in grado di superare la frantumazione individualistica e tendenzialmente parossistica della postmodernità. Ciò fatica a fare anche Joseph O’Connor (1963-), che si è espresso con toni più che disincantati: «Ora che con la crisi siamo a terra scopriamo di essere diventati una società materialista fino al midollo, nella quale non si è mai levata una voce radicalmente critica, certo non dalla Chiesa, che adesso potrebbe essere vicina a una rivoluzione e da macchina ideologico-politica ritrovare la missione spirituale delle origini – la cosa comunque non m’interessa, per me è troppo tardi». Ma sarà proprio vero che tale conversione dei cuori non interessa a O’Connor – proprio a lui che si mostra altrove assai consapevole della necessità di sfuggire alla morsa della «tristezza, il solo patrimonio che questo Paese abbia preservato», grazie alla «gioia, i rapimenti, le digressioni che l’arte dispensa», nonché coltivando un’«idea di uomo che cerco di trasmettere ai miei figli» (Corriere, 19 marzo 2010)?

 

Banville, O’Connor e molti altri protagonisti della scena letteraria irlandese sanno fin troppo bene che non si tratta ovviamente di produrre degli ultimi anni dell’esperienza nazionale una versione obbligatoriamente (e astrattamente) edulcorata o edificante (laddove la realtà sembri puntare in altra direzione). Sanno, tuttavia, altrettanto bene che finanche il graffiante talento ludico-ironico del genio linguistico-letterario irlandese potrebbe riuscire particolarmente (ed educativamente) utile nella gioiosa (e concreta) edificazione di quella «nuova coscienza sociale» che Banville ha timidamente invocato e che ha ben note radici civili e culturali di matrice cristiana la cui fecondità letteraria – passata, presente e futura – è purtroppo assai di frequente irrisa e misconosciuta.

 

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