VIA CRUCIS/ Perché seguiamo un uomo sfinito?

- Luca Doninelli

Seguiamo non tanto Dio che muore, quanto un innocente che accetta di morire. Solo con un atto personale ciascuno di noi potrà constatare che “veramente quell’uomo era Figlio di Dio”. Il senso della via crucis per LUCA DONINELLI

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C’è un uomo che si è caricato sulle spalle il peso della croce sulla quale verrà crocifisso. Quest’uomo è sfinito, non ce la fa più. Cade diverse volte sotto il peso del legno, finché qualcuno, non per pietà ma per non ritardare le cose (siamo infatti alla vigilia del shabbath), incarica un tipo venuto dalla Campagna di portare la croce al suo posto. Non si sa se questo tipo, di nome Simone, ne abbia voglia o meno, però lo fa, anche perché ci sono diversi soldati armati di spada.

La notevole folla che segue la scena è composta di varie tipologie di persone. Ci sono quelli che erano seguaci del condannato, alcuni dei suoi accusatori e anche molti curiosi: e tutti sanno che quell’uomo è innocente.

Nessuno di loro ha buoni motivi per sentirsi la coscienza a posto.

La folla è di cattivo umore, perché per paura di Caifa e degli altri sommi sacerdoti il giorno prima ha gridato che quell’uomo venisse messo a morte, e che al suo posto venisse liberato Barabba, il criminale. Sono stati turlupinati dai potenti, che (come sempre) li hanno usati a loro piacimento dando loro l’illusione di essere liberi.

I seguaci di quell’uomo sono pieni di angoscia non soltanto per il bene che gli vogliono e per le speranze che avevano riposto in lui – speranze che adesso stanno per andare in fumo – ma anche perché sanno di non avere fatto tutto il possibile per salvarlo. Così il rimpianto si mescola al dolore e alla vergogna.

Ma anche coloro che lo hanno condannato, e che adesso non riescono a stare lontano dalla scena, non sono tranquilli. Sanno di avere commesso un’ingiustizia, un’infamia, e adesso si arrovellano cercando una giustificazione in grado di calmare il loro tormento: è stato necessario, pensano, non si poteva fare altrimenti, era in gioco la vita del nostro popolo, e così via. Ma dopo qualche istante il tormento ricomincia.

L’altra cosa che tutti sanno, anche se hanno sempre cercato di mettere la cosa sotto silenzio, sono le opere di quell’uomo. Nella sua breve vita ha guarito migliaia di persone dalle infermità più diverse: ciechi, zoppi, sciancati, lebbrosi, gente tormentata da emorragie, perfino diversi indemoniati. Inoltre ha spesso sfamato intere folle, ma soprattutto è buono, pieno di tenerezza verso tutti. Nei suoi occhi c’è sempre stato un amore sconfinato, un amore speciale, capace di ridestare perfino lo spirito spento dei morti – cosa che in effetti lui stesso ha fatto, in più di un’occasione.

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La gente si fa molte domande su di sé: siamo figli di Abramo, Dio ci ha fatti uscire dalla schiavitù d’Egitto, attraverso Mosè abbiamo ricevuto la Legge, e i profeti non ci sono mancati. Ora, com’è possibile che, nonostante tutto questo, siamo diventati così cattivi da mandare a morire uno così? Un ebreo buono, un profeta, che parlava nella tradizione di Mosè e dei profeti? Tra tutti i delinquenti che ci sono tra noi, proprio uno così dovevamo mandare a morire?

E intanto camminano. C’è chi si augura che tutto finisca il più in fretta possibile, e chi spera segretamente che succeda qualcosa di strano a cambiare tutto: che un angelo scenda dal cielo, armato di tutto punto, oppure che Mosè, o Elia in persona, escano da una nuvola per liberarlo dalle mani dei nemici.

 

Non accadde né l’una né l’altra cosa. Tutto andò secondo le previsioni più funeste, ma tutto avvenne a suo tempo, in modo che ogni singolo istante si piantasse ben bene nella mente di quelli che stavano guardando, così che almeno l’infamia non potesse essere dimenticata tanto facilmente.

La gente che seguiva la croce era gente come tutta la gente del mondo. Non erano cristiani provetti, qualcuno ci credeva, qualcuno no. Erano il mondo stesso, noi, tutti gli uomini di tutti i tempi, dall’Uomo di Neanderthal ai nostri ultimi eredi del tempo futuro.

Questo è il Cammino della Croce: si va dietro a Cristo, si cammina dietro di Lui. A chi segue questa via non viene chiesto nulla, non ci sono precondizioni, non gli viene chiesto di meditare, anche perché il più delle volte anziché meditare si rimugina. Non gli viene chiesto nemmeno di credere. Basta la curiosità, basta quel filo infinitesimale di umanità che ci consente di camminare e di domandarci: perché stanno uccidendo quell’innocente?

La cosa che fa paura è, infatti, l’idea che sia possibile non porsi più nemmeno una domanda come questa, e che l’ingiustizia, la violenza e la sopraffazione, unite alla nostra cattiva volontà, ci abbiano resi completamente indifferenti.

Nel Cammino della Croce noi seguiamo non tanto Dio che muore, quanto un innocente che muore e accetta di morire. Seguendo questo cammino, con il filo di curiosità che non ci fa arrestare il passo, potremo alla fine constatare anche noi, ciascuno per sé, con un atto personale, che “veramente quell’uomo era Figlio di Dio”.

 

 





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