DIETRO LE QUINTE/ Polito: il piano di Giorgetti per sostituire Conte senza votare

- int. Antonio Polito

Mes, sicurezza, Atlantia: per il Pd sono questioni dirimenti. E chiede a Conte e al M5s: voi siete quelli che stavano alleati con la Lega o siete cambiati?

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Sergio Mattarella con Giancarlo Giorgetti (LaPresse)

“Tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle ci sono sul tappeto diversi punti controversi di cultura politica. Il problema è presto detto: su Meccanismo europeo di stabilità, decreti sicurezza e nodo concessioni autostradali i dem chiedono ai Cinquestelle: voi siete quelli che stavano alleati con la Lega o siete nuovi e restate alleati con noi? Voi continuate a pensarla come quando stavate con la Lega e ci usate solo per restare al governo oppure riuscite a capire che questa è una maggioranza politica diversa?”. Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, riassume così il divario che oggi sembra dividere il partito di Zingaretti dal premier Conte e dal M5s.

Conte e Zingaretti si sono visti e hanno voluto tranquillizzare sul fatto che non c’è alcun gelo. Come vede i rapporti tra Pd e il premier?

Il Pd è molto insoddisfatto della leadership di Conte e la ragione fondamentale è il Mes. Ma non è l’unica, perché ci sono anche le questioni decreti sicurezza e concessione ad Atlantia.

Perché cita proprio questi capitoli?

Non sono bazzecole per il Pd, fanno parte della constituency ideale, storica del Partito democratico. Basta un esempio.

Prego.

Il Pd è il partito che ha mandato Gentiloni a Bruxelles e preso da Bruxelles il ministro dell’Economia, Gualtieri. È il partito più europeista in assoluto, che vive proprio di questa caratteristica, di questo condizionamento, senza dire che discende da Prodi. Non è una cosa banale dire di no al Mes con il Pd al governo, il Pd non lo può accettare: dire di no al Mes non è tanto dire non ci serve, è uno schiaffo all’Europa, è dire non ci fidiamo di voi, siete i nostri nemici.

Lo stesso vale per i decreti sicurezza?

Esatto. Il Pd ha mandato i suoi parlamentari sulle navi bloccate da Salvini e ha promesso fin da allora che avrebbe cambiato questi decreti. E poi lo vuole persino il Capo dello Stato, perché erano stati cambiati in Parlamento in modo tale da essere sospettati di incostituzionalità. Ma questo non si riesce a fare perché sono provvedimenti che appartengono al governo giallo-verde, che i Cinquestelle hanno sostenuto e votato.

E la querelle sulle concessioni autostradali?

Il centrosinistra ha inventato le privatizzazioni, il Pd ha dato le concessioni ad Atlantia e gliele ha confermate. Insomma, tra Conte, il M5s e il Pd c’è un conflitto culturale, più che politico. E poi i dem hanno la sensazione che Conte non sia più quello che era all’inizio della legislatura: l’onesto broker tra le due componenti della maggioranza, magari con un po’ più di personalità rispetto al Conte 1, dove faceva il prestanome dei due vicepresidenti. Insomma, un mediatore, uno che tratta, che si presenta all’estero offrendo un’immagine unitaria…

Questo era il ruolo che Di Maio e Salvini gli avevano ritagliato nel governo giallo-verde, oggi Conte è addirittura accreditato di un forte seguito qualora fondasse un suo partito…

La sensazione, infatti, è che Conte si sia trasformato in un leader politico potenziale dei Cinquestelle, guidandoli. Ma qui ha commesso un errore.

Quale?

Ha fatto molto male a Conte l’aver fatto uscire i sondaggi su quel che succederebbe se lui guidasse il M5s, peggio ancora quelli in cui avrebbe testato la possibilità di un proprio gruppo personale, stimando i voti che prenderebbe, ma soprattutto quelli che toglierebbe ai Cinquestelle e al Pd. Questo trasformarsi in un leader politico potenzialmente concorrente, se non addirittura avversario del Pd, l’ha reso inevitabilmente diverso agli occhi del Partito democratico rispetto all’agosto 2019.

Il Pd potrebbe essere tentato di assumere maggiori responsabilità, magari attraverso un rimpasto, o addirittura di mettere in discussione la stessa scadenza del 2022 dell’elezione del Capo dello Stato come data limite per non rompere l’alleanza con Conte e il M5s?

Dentro il Pd questi dubbi stanno sicuramente covando, anche se non vengono esplicitati. Una delle partite fondamentali che sta giocando Zingaretti è quella di apparire come il partito della stabilità, il partito che impedisce le avventure, che impedisce il ritorno della destra, cioè di fatto il partito che impedisce le elezioni, perché se si andasse al voto è chiaro che vincerebbero Salvini e Meloni. Zingaretti è molto attento a non rompere questa immagine fondamentale. Ma la riflessione interna al Pd c’è.

E su quali punti ruota questa riflessione del Pd?

Primo punto: riusciamo ad avere le cose che vanno fatte oppure sarà tutto un rinvio, vedi caso Mes? Secondo: il gioco vale la candela?

In che senso?

Il Pd sa che sta facendo tutto questo per salvare la legislatura fino al 2022, ma nel 2022 riuscirà a fare un accordo con il M5s per eleggere il Capo dello Stato?

Ma è possibile eleggere il nuovo presidente della Repubblica con i Cinquestelle come sono ridotti oggi?

Infatti: sono divisi in gruppi litigiosi, con scissioni continue e vendette da consumare. Chi dà la garanzia che i voti dei Cinquestelle vadano verso il candidato comune? E soprattutto: si troverà mai un candidato comune? Non riescono a trovare un candidato comune per le elezioni in Liguria, lo trovano per il Capo dello Stato? Questo è un punto molto importante.

Perché?

Il Pd ha lavorato perché l’alleanza di governo diventasse un’alleanza politica, si replicasse nelle Regioni e negli enti locali per fare massa contro la destra. Ma se questo non avviene, specie nel momento decisivo della legislatura che sarà appunto il 2022, il Pd non può che domandarsi: che ci faccio qui?

Conte è sempre più solo e accerchiato? Ed è per questo motivo che ha aperto alle opposizioni?

La crisi del M5s, da un lato, lo mette in difficoltà perché lo costringe a rinviare le decisioni e a evitare le spaccature, ma dall’altra gli ha dato anche un dominio assoluto su quell’area. Fino a qualche mese fa c’era un capo dei Cinquestelle, Di Maio, che oggi non c’è più; il capo oggi, e Grillo ogni volta che è necessario interviene per ribadirlo, è Conte. Diciamo che Conte è più solo ma più forte.

E l’apertura, tardiva, alle opposizioni?

È una manovra politica, strumentale, rivolta all’opinione pubblica: dopo aver fatto gli Stati generali per dimostrare che consultava tutti, ma fra questi tutti non c’era la parte più importante, cioè l’opposizione in Parlamento, adesso Conte insiste per avere un confronto con loro. Confronto che non porterà ovviamente a nulla, perché non ci sono le condizioni. L’unica vera discussione possibile con il centrodestra è quella con Berlusconi, non certo con Salvini e Meloni.

Berlusconi ha aperto alla possibilità di un nuovo governo ma con una maggioranza diversa, senza il M5s.

Sappiamo che Conte e Berlusconi si sentono, sappiamo che Berlusconi sostiene il Mes, sappiamo che i gruppi di Forza Italia nei momenti delicati della vita parlamentare non forzano la mano, non fanno guerriglia parlamentare.

Quindi?

Il premier conta su Forza Italia o comunque sulla funzione di attrazione che un’area di centro, di responsabili, potrebbe avere il giorno che si spaccasse il M5s, con una scissione al Senato che si porti via un numero di senatori tale da far perdere a Conte la maggioranza. In quel caso una palude centrista che salvi la legislatura potrebbe essergli molto utile.

La scissione del M5s potrebbe avvenire sul Mes?

Più che una scissione nel M5s è in atto una diaspora. Ci sono altri parlamentari interessati a uscire. Il grande ostacolo è che, se passassero all’opposizione, rischiano di accelerare la fine della legislatura e in Parlamento nessuno vuole questo, men che meno i grillini. C’è un gran movimento di acquisti e vendite, soprattutto a Palazzo Madama.

Palazzo Madama è tornato a essere un suk, si parla di cambi di casacca quasi fosse il calciomercato estivo. Al Senato la maggioranza è sul filo del rasoio: rischia davvero di non avere più i numeri?

Sì, il rischio c’è, anche se ci sono movimenti in senso inverso, dove Italia Viva fa il gioco opposto. Anzi, c’è qualcuno che ipotizza che siano passaggi non ostili a Forza Italia.

Cioè?

Per salvare il governo si può aver bisogno di senatori che dentro Forza Italia non potrebbero farlo, ma dentro Italia Viva sì. In questa fase la figura chiave è Giorgetti.

Perché Giorgetti?

Giorgetti oggi è in panchina, se non in tribuna, ma è quello che nel centrodestra, non solo nella Lega, tiene viva l’ipotesi di un altro governo nel corso della legislatura, senza farla finire con elezioni anticipate: questo governo dovrà essere sostituito perché non reggerà la sfida del Recovery fund. Se questa posizione di Giorgetti assumesse una sua attendibilità nel centrodestra, allora sì che potrebbe esercitare una forte attrazione per tutti i transfughi in fuga dalla maggioranza, perché sarebbe la garanzia che la legislatura continua.

Il Colle è deluso? Mattarella ha fatto un passo indietro preso in contropiede dall’accelerazione degli scontri all’interno della maggioranza?

Deluso non lo so, il Capo dello Stato non può essere deluso da una maggioranza parlamentare, e del resto, è lui che ha dato l’incarico a Conte due volte, visto che quelle erano le maggioranze disponibili. Il Capo dello Stato forse teme una frattura che lasci il paese senza guida in un momento molto complicato e delicato. Mattarella è contrario ad avventure, ma avendo un grande rispetto della dinamica parlamentare, se un domani si presentasse un’ipotesi alternativa di governo che abbia una sua maggioranza e una sua solidità, non credo che farebbe resistenza. Insomma, non lo vedo come un possibile acceleratore della crisi, ma neppure come un potenziale conservatore di assetti politici attuali. A Mattarella interessa che ci sia un governo nella pienezza dei suoi poteri e che faccia ciò che va fatto per l’Italia.

Intanto si torna a parlare di legge elettorale. S’avvicina il redde rationem a settembre, se non addirittura ad agosto, per il Conte 2?

La legge elettorale è un altro elemento importante del conflitto Pd-M5s, ma non credo che si farà la crisi di governo su questo.

(Marco Biscella)

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