DISOCCUPAZIONE AL 6,3%/ Tra Cig e blocco licenziamenti il peggio deve ancora venire

- Giancamillo Palmerini

Dal mercato del lavoro non arrivano segnali incoraggianti tenuto conto del blocco dei licenziamenti e del massiccio uso della Cig

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Forse, come mai in passato, non c’è periodo storico più adatto per usare l’espressione relativa a “controllare lo stato di salute del nostro mercato del lavoro” per capire come, e soprattutto quanto, è stato colpito dal coronavirus un corpo già indebolito se le terapie, le medicine e i vaccini dati al malato stanno dando le risposte aspettate.

Uno strumento di check-up importante è, sicuramente, rappresentato dal periodico rapporto dell’Istat. In questo caso, più che quanto non sia necessario solitamente, è opportuno apprestarsi alla lettura dei dati ricordandosi l’adagio di Trilussa per cui pur non mangiando nessun pollo “seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno (….) perch’è c’è un antro che ne magna due”. Insomma, i numeri non sempre rappresentano quello che a un primo sguardo appare.

Ciò premesso la, paradossalmente, prima cattiva notizia è che il tasso di disoccupazione scende al 6,3% (-1,7 punti) e, tra i giovani, addirittura al 20,3% (-6,2 punti). Le persone, infatti, in cerca di lavoro (-23,9% pari a -484mila unità) diminuiscono maggiormente tra le donne (-30,6%, pari a -305mila unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179mila), con un calo generalizzato in tutte le classi di età.

Questa diminuzione dei disoccupati, però, non va di pari passo con nuovi posti di lavoro. La diminuzione dell’occupazione (-1,2% pari a -274mila unità) è, in questo quadro, generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143mila), uomini (-1,0%, pari a -131mila), dipendenti (-1,1% pari a -205mila), autonomi (-1,3% pari a -69mila) e tutte le classi d’età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).

Un dato, peraltro, falsato dall’effetto “congelamento” dovuto all’impossibilità di licenziare e dall’uso massiccio delle misure di integrazione al reddito quali la cassa integrazione, nelle sue varie forme, e le altre misure bilaterali introdotte negli ultimi anni. Si assiste, ed è questa la seconda, e probabilmente peggiore, seconda cattiva notizia, a una generalizzata crescita del numero di inattivi (+5,4%, pari a +746mila unità): +5% tra le donne (pari a +438mila unità) e +6% tra gli uomini (pari a +307mila). Il tasso di inattività si attesta, così, al 38,1% (+2,0 punti). In questa categoria, è bene ricordarlo, per una questione metodologica e statistica rientrano tutti quelli che, scoraggiati, sono senza lavoro e neanche attivamente si adoperano per cercarlo.

Quale sarà la “curva del contagio” quando non potremmo più, probabilmente, sospendere le fisiologiche dinamiche di un mercato del lavoro caratterizzato, ahimè, anche dai licenziamenti? Stiamo predisponendo una terapia di recupero per settembre quando le cure d’urto messe in campo in emergenza, probabilmente, non avranno più nessun effetto?

Quali, insomma, politiche attive del lavoro con percorsi di formazione e riqualificazione mirati, intelligenti e adatti alle criticità del presente si pensa di predisporre per il recupero progressivo del malato Italia?

Le idee sembrano, onestamente, abbastanza confuse. Viene inoltre da chiedersi poi se il medico (nel nostro caso anche Avvocato “del popolo”), e il suo staff, sia quello più adatto per non far ammalare ulteriormente, se non, addirittura, far guarire il Paese e, allo stesso tempo, se in giro ce ne siano di migliori e se, in questo periodo di convalescenza, sia, nonostante tutto, il caso di cambiarlo.

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