DUNE/ L’impresa compiuta dal film di Villeneuve con una speranza sul sequel

- Fabrizio Arrigo

Il film di Villeneuve, monumentale e visivamente impressionante, riesce nell’intento di raccontare l’inizio di un’epopea a lungo giudicata inadattabile

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Una scena del film

Nel lontano 1965 Frank Herbert si inserisce a pieno titolo tra i padri della fantascienza con Dune, un romanzo in cui politica, ecologia, religione e tecnologia si mescolano a dipingere un mondo dalla portata mai vista, la cui influenza è rintracciabile in opere come Star Wars e Il Trono di Spade. Non c’è da stupirsi che si sia cercato più volte di portare quest’opera sul grande e piccolo schermo, ma tra il leggendario adattamento di Jodorowsky, mai realizzato, il film di Lynch pasticciato dai produttori e la miniserie in tre parti del 2000, funzionale ma insipida, si è cominciato a credere che il romanzo di Herbert fosse semplicemente troppo complesso per essere filmato. Sarà riuscito Denis Villeneuve, regista di Sicario, Arrival e Blade Runner 2049, a spezzare la maledizione di Dune?

Il governo del pianeta-deserto Arrakis, ricco di una particolare risorsa naturale, viene strappato ai crudeli Harkonnen e affidato al duca Leto Atreides (Oscar Isaac). Mentre il duca compie il suo dovere temendo eventuali ritorsioni, suo figlio Paul (Timothée Chalamet) scopre di essere legato a un’antica profezia e si avvicina al popolo desertico dei Fremen, determinato a scoprire cosa gli riserva il destino e ad adattarsi a quella terra spietata. È quindi attraverso gli occhi degli Atreides che ci viene introdotto il mondo di Dune, un calderone di nomi, fazioni e concetti che devono essere spiegati tanto a noi spettatori quanto ai protagonisti, costretti a confrontarsi con un luogo a loro estraneo. Su Arrakis l’acqua vale più dell’oro, ma non quanto la spezia, sostanza necessaria ai viaggi interstellari e dotata di proprietà mistiche; il deserto è una trappola mortale, eppure i Fremen, giudicati da alcuni come dei selvaggi, hanno scoperto il segreto per conviverci; coloro che abitano le città sono reduci dalla tirannia del mostruoso barone Harkonnen (Stellan Skarsgård), ma tra essi corrono voci sulla venuta di un messia, alimentate da un potente ordine di sacerdotesse-streghe.

In quest’ambientazione complessa ed enigmatica si muove un cast corale composto da nobili e guerrieri, scienziati e viaggiatori del deserto. A spiccare su tutti però sono i membri della famiglia Atreides, grazie all’ampio spazio a loro dedicato e a una serie di ottime interpretazioni: il duca Leto è una figura malinconica che si trova a fare i conti con la sua eredità di politico e di padre, mentre lady Jessica (Rebecca Ferguson) è divisa tra la fedeltà al suo ordine e l’amore per il figlio; Paul Atreides, la cui versione letteraria non è esattamente un campione di simpatia, viene umanizzato dalla performance di Chalamet, che pur mantenendone la compostezza fa trasparire i dubbi di un ragazzo costretto in una posizione di doppia responsabilità, come futuro duca e come fantomatico “prescelto”. Alcuni degli altri personaggi sono appena accennati e rivestiranno un ruolo più consistente nel seguito, mentre altri lasciano il segno fin da questo primo capitolo, come lo spavaldo Duncan Idaho (un Jason Momoa alla sua migliore interpretazione) e il sopracitato barone Harkonnen, viscido antagonista dotato di grande presenza scenica.

A dispetto della bravura del cast è Arrakis il vero protagonista del film, con i suoi paesaggi, le sue creature e i suoi spazi sconfinati. Villeneuve aveva già dimostrato maestria nel creare immagini di impatto con Blade Runner 2049, ma Dune lo ha portato a superarsi: ogni singolo campo lungo meriterebbe di essere incorniciato e appeso a un muro, ogni scorcio del pianeta ti porta ad apprezzarne la bellezza da punti di vista diversi. Che sia uno stuolo di astronavi in volo, una vecchia turbina sommersa dalla sabbia o una creatura che emerge divorando il terreno, le immagini di Dune trasmettono un senso della grandezza e della profondità che si è visto raramente sul grande schermo, merito tanto della fotografia e dell’illuminazione quanto del lavoro sugli effetti speciali. Queste immagini di esterni mozzafiato trovano la loro controparte nelle sequenze più contenute ma realizzate con altrettanta cura, tra cui una in particolare che pare uscita da un quadro di Caravaggio.

Il design dei veicoli, dei costumi e delle architetture è altrettanto degno di lode: molti prima dell’uscita temevano che Dune sarebbe stato considerato una “copia” di Star Wars – ironico, considerato che è stato George Lucas a ispirarsi al romanzo di Herbert -, ma l’estetica del film, fantascientifica e arabeggiante al tempo stesso, risulta distintiva, così come la sopracitata fotografia, che predilige toni spenti e uniformi senza risultare per questo cupa. Plauso anche alla colonna sonora di Hans Zimmer: il celebre compositore mescola sonorità tipiche dei suoi lavori precedenti a brani più particolari, che pur essendo a volte eccessivamente roboanti risultano sempre di impatto.

Il film, per quanto spettacolare, non è privo di imperfezioni. Pur avendo apprezzato i personaggi, la loro caratterizzazione fredda e composta potrebbe rendere difficile affezionarsi a essi, e in virtù di ciò non riesco a spiegarmi come mai il personaggio di Gurney Halleck (Josh Brolin), che nel romanzo è un ironico poeta, sia stato trasformato in un militare brontolone. Qualcuno potrebbe insinuare che la mancanza di leggerezza sia un peccato mortale in un blockbuster di due ore e quaranta, ma nonostante ciò il film mantiene un buon ritmo, salvo calare leggermente nel terzo atto. Nonostante la durata, l’impressione che si ha uscendo dalla sala è che parte della complessità che rende Dune tale sia finita sul pavimento della sala di montaggio. Ciò sarebbe comprensibile nel caso di scene di approfondimento dei personaggi secondari o della storia del mondo, ma non per sequenze che danno risposta a quesiti rimasti nella versione finale del film. Si fa menzione del fatto che il duca Leto e lady Jessica non siano sposati, ma non viene spiegato il perché; i combattimenti sono sempre all’arma bianca, salvo una scena in cui un personaggio tira fuori una pistola che non si sa bene da dove sia uscita. Sono piccole incongruenze, ma saltano all’occhio in un’opera che è stata altrimenti realizzata con tanto amore e talento.

Nonostante i ritardi causati dal Covid sembra che l’adattamento di Villeneuve sia tutto sommato scampato alle sfortune dei suoi predecessori, ma potrebbe essere presto per cantare vittoria. Ciò che i trailer del film e addirittura la sua versione italiana dimenticano di menzionare è che il vero titolo del film è Dune – parte 1, in quanto copre solo metà del primo romanzo di Herbert. Non è chiaro il motivo di una simile scelta; certo è che il destino del sequel, la cui lavorazione deve ancora cominciare, dipende unicamente dagli incassi di questo primo capitolo e dalla sua performance sulla piattaforma statunitense HBO Max, dove verrà rilasciato gratuitamente per gli abbonati. C’è chi sostiene che forse non ci meritiamo opere del genere se non siamo in grado di supportarle all’uscita, ma dopo il flop di Blade Runner 2049 si potrebbe pensare che i lavori del regista canadese non facciano abbastanza presa sul pubblico per giustificare budget mastodontici. Io sono ottimista, e confido che in un modo o nell’altro il sequel si farà. Dopotutto la paura uccide la mente, come ci insegna il film stesso: ora non resta che aspettare, e sperare che questa titanica impresa venga ripagata a dovere.

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