CRAC GRECIA/ Pelanda: la grande crisi ci vuole tutti tedeschi

- Carlo Pelanda

Il dissesto finanziario greco ha messo in evidenza una “crisi di sistema” che – secondo CARLO PELANDA – obbliga a ripensare l’Europa

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Foto Ansa

Per i lettori non è facile inquadrare la crisi dell’euro, e le possibili soluzioni, anche perché i governi e molti commentatori sostengono l’idea che la peste sia causata da untori, cioè da speculatori avidi o con fini strategici oscuri che assaltano l’eurodamigella. Ma le masse finanziarie in moto negativo verso l’eurosistema sono di tale entità da rendere irrealistico pensare che siano tutte mosse da complotti.

La verità l’ha fatta intendere Trichet, il presidente della Bce – per altro l’unico ente capace di risolvere l’emergenza nel breve – quando ha usato il termine “crisi sistemica”. Il mercato, semplificando, si è accorto che l’euro applicato ad economie nazionali sia forti sia deboli non può essere retto dalle seconde. Il problema è noto e discusso da sempre, per un decennio è rimasto nascosto sia per volontà politica sia perché le situazioni non lo rendevano evidente, ma ora è esploso perché la crisi 2008-09 ha differenziato vistosamente le condizioni di salute economica e di finanza pubblica entro l’Eurozona. Prima con il caso spettacolare della Grecia, economia debole e disordinata. Poi questo ha acceso un faro su Spagna e Portogallo che, pur ordinati, hanno una struttura economica fragilissima.

Per riaggiustarsi questi Paesi dovrebbero svalutare la moneta per conquistare più crescita. Ma la partecipazione all’euro glielo impedisce e li condanna all’impoverimento della società per restarci e per ripagare il debito. O ad uscirne e dichiarare l’insolvenza. Il mercato ha registrato questo fatto chiedendo premi stratosferici per rifinanziare i debiti delle euronazioni deboli, vendendo i titoli azionari delle banche che hanno in pancia titoli di debito sovrano a rischio di insolvenza e vendendo euro considerando una probabilità crescente di sua dissoluzione. Appunto, una “crisi sistemica”.

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Per questo i governi si sono riuniti a Bruxelles consapevoli di essere ad un centimetro dalla catastrofe e disposti a fare di tutto per evitarla. Per questo sono state decise misure fuori dall’ordinario. Basteranno? Nel breve termine il mercato vuole essere certo che i debiti verranno ripagati. L’unico modo per riassicurarlo è che la Bce compri i titoli, cosa vietata dai trattati, ma non c’è altro da fare.

Tuttavia, nel caso il mercato si tranquillizzi, non basterà. Sarà anche necessario provare che le nazioni deboli possono restare nell’euro senza impoverimenti tali da indurre rivolte popolari. Gli eurogoverni si sono impegnati a rafforzare le regole europee in modo che le singole nazioni siano obbligate con più forza a raggiungere ed a mantenere l’ordine contabile. Questa impostazione dimostra l’influenza del concetto tedesco di ordine economico ed implica che ogni nazione dell’Eurozona divenga simile alla Germania. Difficile e non necessariamente auspicabile.

Un governo economico integrato dell’economia europea potrà essere soluzione migliore? Implica il trasferimento di risorse dai forti ai deboli, come l’Italia ha fatto per il Sud per capirci, e non è probabile che i tedeschi lo accetteranno e che possa essere una soluzione efficace. Per questo, pur essendo probabile la soluzione della crisi di contingenza, resterà a lungo l’incertezza sulla tenuta dell’Eurozona. Gli esperti hanno difficoltà nel capire come riparare l’enorme errore di un eurosistema mal costruito, i politici sono spaventati sia dalla possibilità di una sua dissoluzione sia dalle misure impopolari che dovranno prendere per tenerlo in piedi. Bisognerà ripensare l’Europa, ce la faremo, ma come ancora non si sa. 



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