REDDITOMETRO/ Il “Grande Fratello” che segna il fallimento dello Stato

Lo Stato, afferma RAFFAELE IANNUZZI, chiacchiera da sempre sull’evasione fiscale, ma continua a infierire esclusivamente su chi le ha sempre pagate, ammazzando le imprese

02.08.2013 - Raffaele Iannuzzi
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Il “nuovo” redditometro. Finalmente. Ne sentivamo drammaticamente la mancanza. Dopo l’orgia di redditometri di varia natura e l’emergenza stessa della parola, francamente sghemba, “redditometro”, sapere oggi che circolerà tra breve una nuova versione – per i soliti appassionati di virtualismo di rete: 2.0 – del medesimo tira su il morale. Uno sta bene. Cosa abbiamo oggi? Ma certo: il nuovo redditometro (stavolta le voglio proprio levare le virgolette: è nuovo!). Dico subito che non interessa affatto la scolastica del “più o meno aderente a”, la comparazione tra questa e/o quella scolastica sul/del redditometro, usi, consumi e sensazioni da fiera delle vanità dei grand commis d’Etat, certamente alquanto eccitati alla vista di questo nuovo assetto di guerra contro il contribuente.

Ecco il punto vero: mi interessa il soggetto-cittadino che diventa oggetto di requisitoria, sempre e comunque. E ciò semplicemente perché lo Stato chiacchiera da una vita sull’evasione fiscale, ma non solo non riesce a scovare l’evasione vera, ma si accanisce soltanto su chi paga, ammazza le imprese e incassa tanti di quei soldi da poter rilanciare l’economia e le infrastrutture, se volesse. Ma non vuole e, in fondo, con la classe dirigente che si ritrova, non può.

Strano. Questi signori della guerra al contribuente non si rendono conto che quest’ultima trovata è l’ennesima conferma della loro incapacità e inettitudine, cose che, in altri paesi, avrebbero condotto alle sane e serie dimissioni. In Italia, no: qui c’è il redditometro, anzi il “nuovo” (e stavolta ce le rimetto, le virgolette) redditometro.

Non ci siamo, e dagli anni ‘90 ormai. Ma quando cominceremo a metterci la testa sopra quel periodo di devastazione della politica e dello Stato, a mezzo di furie che parlavano inglese, in casa e all’estero, e cordate internazionali di affari, pronte a comprarsi l’Italia e a svenderla al miglior offerente? Sì, perché questo sfascio è figlio di quella storia di decadenza, di cui solo Gianluigi Da Rold, Cirino Pomicino e pochi altri parlano. Uno Stato che non riesce a incassare e a spendere; che lascia in mano alla Ragioneria Generale la politica economica, e questa poi sbaglia i conti; che non taglia su niente, ma anzi diventa sempre più obeso e insopportabilmente bulimico, ecco uno Stato così, ma a che serve? Hanno ragione i libertari e avevamo ragione noi vecchi marxisti: lo Stato merita di essere abbattuto o perlomeno meno ce l’abbiamo tra le scatole e meglio stiamo.

Questa guerra ai contribuenti, ai quali si concede la tregua perché si dice che puoi andare a fare il contenzioso prendendo il caffè all’Agenzia delle entrate, e parlando con un funzionario, molto probabilmente del tutto impreparato su quanto si ragiona e con la clava in mano, è a dir poco soverchiante e – diciamola tutta – degna solo di uno Stato totalitario. Noi viviamo in un totalitarismo soft: si sussurra, si blandisce e si disquisisce, ma siamo sempre là, davanti al Leviatano tirannico che ci toglie il respiro. Tutto qua. L’analisi è fatta, anzi non abbiamo neanche bisogno di fare l’analisi, basta guardare i fatti.

Non siamo noi a dover dimostrare di essere evasori, sei tu, Stato, se ce la fai, a dover dimostrare le tue credenziali e carte sulla mia presunta natura di evasore: se così non è, Stato totalitario. Tutto qua. È sufficiente? L’Italia sta diventando un caso di studio, ben oltre le caramelle dolci di Bobbio sulla democrazia con le procedure giuste: se le procedure permettono quanto sopra descritto, le procedure costruiscono le condizioni pratiche e oggettive del totalitarismo di fatto. Di diritto non c’è bisogno, tanto non c’è più, il diritto.

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