ACCORDO ITALIA-UE/ Ma c’è un partito favorevole al rinvio…

- int. Mario Deaglio

Traspare ottimismo sull'esito della trattativa tra Italia e Ue. Ma Bruxelles potrebbe anche rinviare la decisione sulla procedura di infrazione

Ue Borrell Coronavirus Recovery fund La sede della Commissione Ue a Bruxelles (Lapresse)

Traspare ottimismo sull’esito della trattativa tra Italia e Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Quello di oggi viene indicato come il giorno decisivo, nel quale il collegio dei Commissari a Bruxelles potrebbe emettere la sentenza di “condanna” piuttosto che di “assoluzione”, dando ufficialità a quell’accordo informale di cui si è parlato ieri sera. “Credo che rinvieranno la decisione. Nel giornalismo c’è una regola: quando c’è un giorno decisivo poi non si decide mai niente. Me l’aveva detto Arrigo Levi quando era direttore de La Stampa e ho potuto verificarlo tante volte: c’è sempre qualche cosa che sposta questi termini che sembrano tassativi”, ci dice Mario Deaglio, professore di Economia internazionale all’Università di Torino ed ex direttore de Il Sole 24 Ore.

Perché ritiene che si arriverà a un rinvio?

Credo che l’Ue non sia pienamente soddisfatta, ma chiaramente l’Italia ha fatto un buon passo avanti. C’è anche la questione francese che fa compiere una riflessione. Noi non abbiamo avuto i gilet gialli, però conviene non scherzare tanto col fuoco. C’è poi l’assordante silenzio della Germania. A parte la dimissionaria Angela Merkel, che ha già un successore alla guida del suo partito, i falchi tedeschi sono stati piuttosto zitti sull’Italia. Mi sembra quindi una situazione ancora aggrovigliata, in attesa di sviluppi.

La decisione sarà quindi rinviata a primavera?

No, credo che sarà un rinvio di breve termine, fino a dopo l’Epifania. E all’Italia verrà data la responsabilità di approvare comunque una legge di bilancio. Il Governo e la Commissione avranno modo, quindi, di salvare la faccia.

Al di là della procedura di infrazione, i timori per l’Italia riguardano anche la sua economia. Come vede la situazione?

Di sicuro già andavamo piano e abbiamo perso un 25% della nostra velocità. Più o meno lo stesso rallentamento l’hanno avuto i tedeschi. Io vedo segnali contrastanti. Da un lato il principale elemento di freno è rappresentato dalle auto: se ne producono meno e di quelle che arrivano dall’Italia se ne vendono meno. Inoltre, ci sono due indicazioni che sono curiosamente positivi. La prima riguarda i regali di Natale. Secondo Adiconsum, gli italiani spenderanno di più, anche con acquisiti online. Quindi abbiamo i negozi che non possono lamentarsi, ma nemmeno gioire troppo, perché hanno preso solo una parte di questo aumento.

E la seconda indicazione positiva?

Viene da Ascom e dice che le prenotazioni negli alberghi per le vacanze sono aumentate del 10% rispetto all’anno scorso. Quindi, gli italiani comprano meno auto, ma più prodotti elettronici e vanno più in vacanza. Per il momento non è ancora una situazione di crisi. Sottolineo: non è ancora. L’Italia, come altri paesi, deve fare i conti con il rallentamento dell’export, a causa soprattutto delle mosse di Trump. E poi il settore delle costruzioni non riesce a smuoversi.

Cosa pensa delle preoccupazioni sull’andamento dei mercati finanziari globali?

Sono fondate, perché nel mondo c’è tanta liquidità che è stata immessa per farci uscire dalla crisi, ma che ora rischia di portare più danni che benefici. È un po’ come prendere il cortisone: fa bene per un’infiammazione, ma se si prende per tanto tempo gli effetti collaterali sono evidenti. La Fed ha quindi cominciato a togliere parte di questa liquidità, ma c’è tanto da fare. E poi il balzo della Borsa americana da maggio a settembre è stato dovuto al fatto che Trump ha abbassato le tasse e le aziende hanno potuto far vedere degli utili maggiori. I mercati non sono stati tanto a guardare da dove venissero tali utili. Adesso invece si scopre che i conti veri, senza questa una tantum, non sono poi così rosei, perché non è vero che l’economia americana va benissimo.

Oggi la Fed dovrà decidere se aumentare ancora i tassi di interesse. Secondo lei si fermerà come ha chiesto Trump?

È molto difficile da dire, perché è vero che non ci sono più segni di aumento dell’inflazione, anche perché il prezzo del petrolio resta basso, ma c’è il problema della liquidità che non va a finire nei circuiti produttivi e quindi diventa un pericolo. La strategia della Fed, prima con Yellen e ora con Powell, scelto peraltro dallo stesso Trump, è quella di cercare di togliere lentamente questa liquidità. Per il momento da noi in Europa l’economia va ancora più lenta di quella americana e quindi chiudiamo un occhio sull’eccesso di liquidità.

(Lorenzo Torrisi)







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