FINANZA/ Lega-M5s, all’Italia conviene riscrivere il contratto

- Carlo Pelanda

Lega e M5s avrebbero bisogno di rivedere le proprie priorità per non perdere voti e per far sì che non ci sia un forte rallentamento del Pil

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Evitare la procedura di infrazione per indebitamento eccessivo da parte dell’Ue è un passo necessario per recuperare la fiducia dei mercati sull’Italia, ma non sufficiente. Ne serve un altro per mantenere l’economia in crescita sufficiente nel 2019-20 che però la maggioranza mostra difficoltà a fare. Il deficit di bilancio, che aggrava l’indebitamento dell’Italia, finanzierà misure assistenziali il cui costo sarà superiore al vantaggio, cioè spendo 1 per ottenere, diciamo, 0,5. Una forte riduzione delle tasse sulle imprese e sulle buste paga dei lavoratori, l’allocazione di risorse per lavori pubblici cantierabili in pochi mesi semplificando le procedure di appalto, limitando gli anticipi pensionistici e il salario per diritto solo a casi di vero bisogno porterebbe, invece, la spesa di 1 a ottenere una moltiplicazione di 3 o 4.

Questa, pur detta grossolanamente, è “razionalità economica”. Ma l’attuale maggioranza vuole far prevalere una sua visione di “razionalità politica” che mette in priorità l’offerta di denaro facile in cambio di consenso, in vista delle europee nel maggio 2019, cruciali per la contabilità del potere. Le democrazie sono vulnerabili al disordine economico perché il povero vota, vuole comprensibilmente soldi subito, e ciò tende a far divergere le due razionalità, contrapponendole.

Macron, per sedare la rivolta degli impoveriti (circa il 40%) in Francia ha dovuto privilegiare la razionalità politica, finanziando il consenso in extradeficit. In Italia l’impoverimento è simile, ma concentrato nel Sud, mentre il Nord è tra le più ricche aree d’Europa. Il M5S sta sfruttando il disagio del Sud offrendo soldi a perdere. Politicamente è razionale, ma economicamente no. Lo stesso può dirsi per l’offerta dell’anticipo pensionistico da parte della Lega che confida di mantenere il consenso del ceto produttivo al Nord – qui sbagliando – e di aggiungere quello della popolazione più in ansia a Sud e a Nord.

Ora ambedue si rendono conto che devono armonizzare le due razionalità perché la crescita del Pil 2018 si fermerà allo 0,8% e quella del 2019 attorno allo 0,6%, bene che vada, sapendo che l’evidenza della stagnazione/recessione ne ridurrà il consenso in pochi mesi. Ma sono vincolati alle loro offerte precedenti e per questo, oltre che per turbolenze globali, l’incertezza economica durerà nel 2019, probabilmente foriera di una politica, a meno che non riscrivano il contratto di governo in modi più realistici.

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