SCIENZA&CLASSICI/ La Conoscenza del Mondo Fisico [Rilettura]

- Maria Elisa Bergamaschini

Un insieme di saggi dell’autore che con A. Einstein è l’iniziatore dei cambiamenti profondi nella Fisica che hanno portato al definitivo superamento del meccanicistico di fine Ottocento.

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Dalla copertina del Libro

Max Planck

La Conoscenza del Mondo Fisico

Bollati Boringhieri, Torino 2000 (ristampa)

Pagine 432 – Euro 20.00

La «coscienza di avere esplorato l’esplorabile e di aver venerato silenziosamente l’inesplorabile » (p. 376) rappresenta la linea trasversale comune a questi saggi di Max Planck, redatti in epoche diverse della sua vita (il primo è del 1908) e in occasioni diverse.
L’opera di questo scienziato, con quella di Albert Einstein, è da ritenersi a buon diritto il punto di partenza delle innovazioni radicali sul piano epistemologico che hanno caratterizzato la fisica in particolare e la scienza in generale del Novecento.
Cambiamenti profondi dei quadri categoriali che hanno aperto la strada al superamento definitivo delle strettoie del razionalismo meccanicistico di fine Ottocento.
In questa raccolta di testi, riproposta dall’editrice torinese nella collana Serie Scientifica, dopo la precedente edizione del 1993, la riflessione di Planck affronta temi di carattere generale e fondamentale; bastino come esempi alcune questioni: la causalità, determinismo e indeterminismo, dal relativo all’assoluto, la realtà del mondo fisico, lo spazio e il tempo, scienza e fede, il libero arbitrio, eccetera.
Queste tematiche ripropongono un nodo culturale oggi in primo piano, quello dei rapporti tra scienza e filosofia, non sempre e non da tutti impostato in modo storicamente corretto.
Da Planck viene certamente una lezione di grande serietà e onestà intellettuale: è in ogni caso «scientifica la matrice delle argomentazioni filosofiche […]. Una prova ulteriore che scienza e filosofia non sono discipline l’una all’altra estranee, ma sono invece aspetti di una medesima impresa intellettuale rivolta alla conoscenza della realtà.» (p. 8, Introduzione di E. Bellone).
D’altra parte tutti i saggi sono imperniati sulla convinzione di quanto sia necessario ancorare il pensiero scientifico a un «fondamento » sicuro, problema che Planck ritiene debba essere risolto collocandolo nella dimensione metafisica: livello fenomenico e livello metafisico, pur distinti, sono entrambi necessari per un procedere realmente razionale.
Nella riflessione di Planck sono separati da una distanza incolmabile, un «abisso» che è «tuttavia la fonte inesauribile dell’insaziabile sete di conoscenza del vero scienziato ».
«La scienza esatta non può fare a meno della realtà nel senso metafisico della parola. Ma il mondo reale della metafisica non è il punto di partenza, ma lo scopo di tutte le ricerche scientifiche, un faro che brilla e indica la via da una distanza inaccessibile.» (p. 369).
Difficile racchiudere in poche righe la ricchezza e la profondità del pensiero di questo scienziato la cui statura di uomo e di intellettuale emerge con chiarezza e semplicità da questi suoi scritti, a partire in primo luogo dall’affascinante Autobiografia, postuma, che apre la raccolta: la sua lettura potrebbe risvegliare quell’interesse per gli studi scientifici che oggi sembra sopito nei giovani, forse perché si va perdendo il fascino dell’intrapresa scientifica che «non è un contemplativo riposo nella conoscenza già ottenuta, ma è un lavoro infaticabile e uno sviluppo sempre progressivo.» (p. 409).

Recensione di Maria Elisa Bergamaschini
(Redazione Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 11 di Emmeciquadro




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