J’ACCUSE/ Così il governo cerca di far cassa con l’energia delle Pmi

- int. Carlo Stagnaro

CARLO STAGNARO, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, commenta in questa intervista il provvedimento che interviene sulle accise dell’energie per le imprese.

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Foto Infophoto

«Già oggi viviamo in un contesto in cui la pressione fiscale italiana è molto elevata rispetto a quella dei Paesi che competono direttamente con noi, e in cui il costo dell’energia è a sua volta molto alto per diverse ragioni. Andare quindi ad aumentare la pressione fiscale, in particolare quella che grava sulla componente dell’energia, mi sembra solamente una scorciatoia facile per fare cassa», afferma Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, in questa intervista per IlSussidiario.net riguardo il provvedimento che interviene sulle accise dell’energie per le imprese. Il decreto legislativo n. 23/2011 prevede infatti dal primo gennaio un ricalcolo delle aliquote delle accise statali, che passano da 0,031 a 0,0121 euro/kWh per qualsiasi uso in locali e luoghi che non siano abitazioni. Inoltre, è stata soppressa la soglia di 200.000 kWh/mese oltre la quale l’addizionale comunale e provinciale non veniva applicata, con la conseguenza che le imprese che consumeranno di più saranno soggette a un’accisa statale più alta.

Lo considera quindi solo un modo per fare cassa?

Certamente i soldi si vanno a prendere senza grande possibilità di evasione da parte dei contribuenti, però contemporaneamente si tratta di una strategia miope, con cui si va a colpire ulteriormente la competitività delle aziende, in particolare quelle manifatturiere di medie dimensioni. Quelle imprese che quindi trovano nell’energia un costo importante, ma che non hanno dimensione di fatturato o di consumi tali da accedere a una serie di altri benefici che invece sono disponibili per i grandissimi consumatori.

Cosa non la convince in particolare del provvedimento?

La cosa davvero assurda è che si va ad aumentare il costo dell’energia, che è già superiore rispetto ai principali Paesi europei, e questo vale sia per l’elettricità che per il gas. Per cui di fatto si aumenta proprio quel costo su cui le imprese italiane già scontano uno svantaggio competitivo. Inoltre va considerata una cosa molto importante.

Vale a dire?

Con questo provvedimento si va a imporre una tassazione su ciò che per le aziende è già un costo, e non un profitto. Diverso è se si va ad aumentare la pressione fiscale sui profitti, mossa comunque discutibile date le condizioni attuali, ma qui si va addirittura ad aumentare la bolletta di imprese in difficoltà, per cui l’effetto finale non può essere che negativo. I soldi si vanno come sempre a prendere dove è più facile raccoglierli, ma credo che in questo caso, come è già accaduto altre volte in passato, ci si preoccupi più di trovare risorse che delle conseguenze di lungo termine che scelte come queste possono determinare. Con un’aggravante.

Quale?

Che non solo ci sono costi energetici più alti, ma anche una pressione fiscale più alta. Per cui, andando a mettere nuove tasse sull’energia, si va sostanzialmente ad aggravare la situazione su due fronti distinti: la pressione fiscale, che rappresentava già un problema, a cui si aggiunge questo aumento rivolto proprio a quella parte di industria italiana che sta soffrendo più di tutti.

Gianfranco Polillo, Sottosegretario di Stato all’Economia e le finanze, ha risposto spiegando che i numeri su cui si poggia il problema non trovano riscontro: infatti secondo Polillo «abbiamo un gap competitivo nei confronti dell’estero che è molto rilevante», ma spiega che questo «si è progressivamente ridotto, e la differenza nei confronti della Francia sul costo dell’energia è scesa, negli ultimi cinque anni, in termini di chilowattora, da 33 a 22 euro». Cosa ne pensa?

Non so dove il Sottosegretario Polillo abbia trovato evidenza di questa riduzione del gap, visto che basta andare su Energy.eu, un portale che viene aggiornato da Eurostat su base settimanale, per accorgersi che i dati sono ben diversi. Eurostat dice infatti che questo gap resta ancora molto alto, ma mi limito a osservare i dati che vengono forniti dall’istituto statistico europeo. Non dico quindi che questi dati non possano essere sbagliati, ma solo che sono gli unici che per ora abbiamo a disposizione. Se il governo ha in mano dei dati diversi, allora sarebbe opportuno dichiararli per poterli analizzare.

A quali soluzioni alternative si potrebbe pensare?

Se vogliamo proteggere la piccola e media impresa dobbiamo da un lato intervenire quanto più possibile su quei costi che ne determinano la scarsa competitività, come energia, logistica, trasporti e così via. Questo significa che dobbiamo schiacciare l’acceleratore sulle liberalizzazioni per rendere efficiente la fornitura di questi servizi. Inoltre, è necessario ripensare la politica infrastrutturale del Paese, rimuovendo gli ostacoli e le lungaggini autorizzative che ci impediscono di uniformarci ai livelli europei. Infine, senza dover citare l’ovvia questione della riduzione della pressione fiscale, c’è il grande capitolo che riguarda le semplificazioni, sia nel diritto tributario (struttura del fisco, aliquote, imposte, e così via), sia quelle che riguardano più in generale la mole di burocrazia che le imprese devono affrontare ogni giorno.

 

(Claudio Perlini) 

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