IL CASO/ Quella strategia suicida che ci fa pagare più cara l’energia

- Marco Ricotti

L’approvvigionamento energetico dell’Italia dipende per oltre l’80% da paesi stranieri. E finora non si è fatto molto per cambiare questa situazione. L’analisi di MARCO RICOTTI

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È come l’araba fenice. O il mostro di Loch Ness. O i fiumi carsici, per essere meno epici. La “Strategia energetica nazionale” puntualmente riemerge all’attenzione del pubblico, della politica e degli addetti ai lavori, dopo eventi critici o drammatici, siano essi economici, finanziari, politici o incidentali. Per poi inabissarsi di nuovo e riemergere, magari molti anni dopo. È certamente accaduto dopo ogni crisi petrolifera o del gas, o dopo gli incidenti e relativi referendum anti-nucleari. Accadrà probabilmente anche di questi tempi, verosimilmente dopo la pausa estiva e prima della fine dell’anno, come qualche giornale ha previsto in questi giorni. E sarà accompagnata da inevitabili discussioni e polemiche, con lobby e posizioni ideologiche contrapposte, con poco spazio per savi ragionamenti che lascino diritto di esistenza a considerazioni scientifico-tecnologiche e industriali.

Mettiamoci il cuore in pace. L’affaire Ilva segnala in quale ambiente culturale ci muoviamo, se qualcuno se lo fosse dimenticato. Molti commentatori, esperti e non, accusano la mancanza da troppo tempo di una chiara linea di politica energetica italiana, che tenga conto di aspetti quali la dipendenza strategica, i costi, la vulnerabilità, l’innovazione e lo sviluppo industriale. Ma in un mercato che si vorrebbe pienamente liberalizzato (sino a che punto è conveniente che lo sia? e in quale modo? È un tema che meriterebbe un serio approfondimento), non è facile definire i limiti e le linee direttrici di una politica nazionale dell’energia. E in presenza di un serio difetto di coraggio inteso soprattutto come lungimiranza (ma come chiederla agli operatori del settore, se la politica è la prima a non averne?), la strategia energetica non è vero che sia mancata negli ultimi decenni: la si è fatta, ma con la visione di corto raggio e con scelte spesso ideologiche.

Alcuni semplici dati dimostrano l’assunto: dipendiamo per oltre l’85% dalle fonti straniere, e per l’elettricità per oltre il 60% da una sola di queste, il gas naturale, proveniente da pochissimi Paesi, in aree politiche non propriamente al massimo della stabilità o affidabilità; inutile commentare circa il petrolio, tutti conoscono la situazione; e sugli incentivi alle rinnovabili (meglio, a una sola rinnovabile) siamo stati i più generosi del globo, senza introdurre vincoli circa la ricaduta tecnologica e industriale, col risultato di tassare indebitamente i consumatori e peggiorare ulteriormente la bilancia dei pagamenti (oggi siamo a 62 miliardi di euro annui! Tutti spesi all’estero, ovviamente), nonostante o’sole sia nostro. E ancora, quanto a incentivi, alias dare vantaggi a pochi usando i soldi di tutti, non ci siamo fatti sfuggire nulla, pagando financo il bruciamento dei residui di raffineria (il famigerato CIP6; ma si sa, i diritti in Italia sono sacri, anche quelli sbagliati).

Insomma, non abbiamo certo diritto a pontificare sul tema energetico. Abbiamo molto da imparare, e da lavorare. Ogni nazione (che si rispetti) affronta il tema energia – per tutti un costo obbligato – cercando di sfruttarlo al massimo come leva economica e di sviluppo tecnologico e industriale. E chi ha poche risorse primarie indigene, allevia la dipendenza politica e la bilancia dei pagamenti usando le risorse più economiche (il carbone) e a maggior tecnologia (il nucleare). Ma è inutile fare simili considerazioni in Italia. Riusciamo a comprendere solo le giornate di austerity (per chi se le ricorda: tutti forzatamente in bici e sui pattini nel weekend) o la benzina a 3 euro al litro.

Questo detto, quale fotografia scattare e quale scenario “virtuoso” auspicare per l’Italia? In un Paese normale, la discussione sarebbe risolta in tempi contenuti. Ecco i temi più salienti:

1. Le fonti fossili la faranno da padrone ancora per parecchi decenni. Inutile illudersi. Il petrolio non finirà domattina, e neanche il gas naturale: lo shale gas e la relativa caduta dei prezzi, insieme all’aumento delle risorse, in alcuni Paesi è lì a ricordarcelo. Occorre dunque diversificare i paesi da cui dipendiamo per gli approvvigionamenti, e se questo è impossibile farlo per il petrolio, lo si faccia almeno per il gas, lasciando costruire un po’ di rigassificatori lungo la Penisola; e implementando politiche di maggior compatibilità ambientale (dalla carbon tax alla cattura della CO2, le alternative non mancano).

2. Le rinnovabili saranno forzatamente, per motivi tecnici, ma soprattutto ideologici, parte importante e crescente del nostro futuro energetico, nonostante costi, limitazioni tecnologiche e logistiche, aleatorietà della produzione. Ma non c’è solo il fotovoltaico. Quindi occorre ridurre gli incentivi sull’elettricità prodotta dai pannelli solari e dal vento (il nuovo Conto Energia va in questa direzione, fortunatamente, ma le resistenze delle lobby sono ancora molte, e si potrebbe fare di più) e introdurli (cum grano salis!) per altre rinnovabili: solare termico, pompe di calore e geotermia, e anche per risparmio ed efficienza energetica. Su questi settori l’Italia ha competenze e capacità d’innovazione di livello mondiale. La ricaduta interna sarebbe forte, così come la possibilità di aggredire il mercato internazionale.

Una percentuale crescente di rinnovabili in rete, e quindi un maggior rischio di instabilità, costringe a modificare anche l’infrastruttura di trasmissione. Da questo punto di vista le smart grids sono quindi un obbligo, per evitare il collasso del sistema. Una grande opportunità di innovazione e insieme un costo aggiunto delle rinnovabili. Anche questo da incentivare.

Per alleviare il problema della aleatorietà delle rinnovabili e la loro compatibilità con gli altri sistemi di produzione e con la rete, inoltre, anche i sistemi di stoccaggio dell’energia (batterie, accumulo idrico/sistemi di pompaggio, idrogeno e fuel cells, aria compressa) andranno studiati e implementati. Anche questo è un costo aggiuntivo.

3. Ridurre la nostra forte dipendenza da uno dei combustibili fossili, il petrolio, significa sviluppare molto la mobilità elettrica, scelta strategica che potrebbe rappresentare una spinta tecnologica e industriale notevole, oltre che un miglioramento di qualità ambientale nei grandi agglomerati urbani. Ma l’elettricità, come l’idrogeno, non è una fonte energetica, bensì un vettore: con cosa produrremo, allora, maggiori quantità di elettricità (o di idrogeno)? Normalmente si direbbe: gas, rinnovabili, ma soprattutto carbone (più pulito) e nucleare (più sicuro). Ma gli ultimi due, in Italia, non hanno diritto di cittadinanza, neanche nei sogni o negli studi. E le nuove infrastrutture da creare, come e insieme alle smart grids, sono impegnative (altrimenti, dove ricarico comodamente e rapidamente la mia auto elettrica?).

4. Per tentare di ridurre i costi energetici per imprese e famiglie, occorre anche più mercato. Il che significa aprire maggiormente le frontiere, anche verso l’Europa. Allora, servono certamente i terminali per le navi metaniere, ma anche nuove linee elettriche transfrontaliere, perché quelle esistenti sono sature. Ma si potranno realizzare? O dopo i No-Tav dobbiamo aspettarci i No-Cavi? I No-Rigas(sificatori) già li abbiamo.

In Italia non ci facciamo mancare niente. Forse stiamo troppo bene. O forse non ci rendiamo pienamente conto della situazione. Qualcuno potrebbe aiutarci a capire. Ma vogliamo farci aiutare?

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