IL CASO/ 1. Gli arabi e la strana inversione a U di Obama

- Marina Calculli

Il double standard usato dall’America nei confronti degli Stati arabi e di Israele è la più elevata cifra della destabilizzazione in Medio oriente. L’analisi di MARINA CALCULLI

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Benjamin Netanyahu con Barack Obama alla Casa Bianca il 20 maggio scorso (Ansa)

Consacrato alla grande svolta della politica estera occidentale in Medio oriente, lo scorso maggio sembrerebbe votato ad inaugurare una nuova (ennesima nelle intenzioni) era di ricongiunzione tra il mondo occidentale e il mondo arabo e musulmano. Il discorso che il presidente Obama ha tenuto il 19 maggio sancisce ancora una volta l’anelito di quella che è ancora l’unica superpotenza globale a non abbandonare il suo ruolo di “stabilizzatore del pianeta” e in particolare di quell’area – il Medio oriente – rompicapo per la Casa Bianca fin dai tempi della Guerra Fredda, terreno su cui gli Stati Uniti hanno sempre arrancato (e ampiamente errato) nel tentativo di esercitare il ruolo di “egemone benevolo”, ovvero non temuto, accolto, legittimato e preso come modello.

Sarebbe, d’altra parte, un imbarazzante paradosso che l’America rimanesse silente e inerte di fronte all’ondata rivoluzionaria araba che dalla sponda sud del Mediterraneo fino al Golfo di Aden continua a chiedere l’instaurazione di governi democratici, mentre, cioè, agli svariati progetti americani di “esportare” la democrazia, le società arabe – in una dinamica del tutto endogena – stanno rispondendo con la semplice affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli. Ed è proprio questa la chiave fondamentale che potrebbe portare in gloria e rendere (finalmente!) effettiva una svolta nei rapporti tra occidente e mondo arabo. Ma per far questo bisognerebbe scardinare prima di tutto quello che è il retropensiero fondante della politica estera statunitense in questa regione, ovvero l’idea che gli arabi sono meno capaci di “noi” di autodeterminarsi, di accogliere i linguaggi della modernità politica, di fare i conti con la loro tradizione e che, dunque, la coercizione sia l’unico mezzo per gestirli e l’autoritarismo, in fondo, la forma di governo che si meritino. In quel famoso discorso del Cairo che Obama pronunciò due anni fa di fronte ad una platea di studenti egiziani in realtà questa idea dell’uguaglianza tra i popoli era presente. Poi, ahimè, quel gioiello oratorio rimase a splendere nel catalogo della più brillante retorica politica senza che azioni altrettanto luccicanti vi facessero seguito, lasciando forse, come unico strascico, tante illusioni perdute.

Il capo della Casa Bianca, si sa, è un maestro dell’ars oratoria; meno esperto, tuttavia, a saper cogliere le occasioni giuste per agire. Perché se è ancora vero che la Politica è complemento di logos (parola) ed erga (azione), il rischio è quello di abortire ogni progettualità allo stadio dell’espressione. Anche il discorso del 19 maggio di Obama contiene a nostro parere dei difetti di fondo: prima di tutto il suo carattere tardivo.

Le rivoluzioni sono iniziate a dicembre 2010, quando il popolo tunisino è sceso in piazza per chiedere la caduta di Ben Ali. Allora gli Stati Uniti hanno solo pallidamente espresso il loro sostegno alla “rivoluzione dei gelsomini”; via via che i fiori della primavera araba si moltiplicavano le parole dell’entourage di Washington sono state spesso altisonanti: procrastinate fino all’ultimo nel caso della rivoluzione egiziana, quando per Mubarak il destino era stato segnato e imposto da una decisione coesa dei militari, ormai protagonisti della transizione; impacciate nel lanciare con decisione l’intervento militare in Libia, nonostante l’appello della Lega Araba; addirittura di sostegno nei confronti della “illuminata” monarchia del Barhein, la cui virtuosità nel reprimere le proteste sfugge, se non considerando che il paese ospita la Quinta flotta americana e fa da freno all’ingerenza iraniana nel Golfo; silenti poi durante le manifestazioni in Arabia Saudita, cui tra l’altro l’America è in procinto di inviare 65 miliardi di dollari volti a rinforzare l’apparato militare del paese. Questo servirà a proteggere le élites politiche, che basano la loro legittimità sui testi sacri e che negano al popolo persino l’esistenza di una Costituzione: All but democracy, Mr President! Molto calibrate infine nella critica del regime siriano (senza mai, cioè, chiedere esplicitamente l’abbandono del potere) che ha già ucciso oltre 1000 civili durante le manifestazioni ma la cui caduta aprirebbe la strada a una serie di rivendicazioni settarie non gradite né alla Turchia, membro della Nato, né a Israele, alleato privilegiato.

Gli Stati Uniti, insomma, hanno forse già perso molte occasioni di farsi garanti di quella “legittimità democratica” che le società arabe in questo 2011 – e non i paesi occidentali nella loro tradizione culturale – hanno reso davvero un valore universale. Resta infine l’aspetto più spinoso che impedisce al cerchio di quadrare: la recente complicazione della questione israelo-palestinese, in cui Washington continua a marciare su posizioni avite, i cui effetti sono già stati testati e dunque prevedibili. Di fronte alla rinnovata volontà dell’Autorità nazionale palestinese di rilanciare il riconoscimento dello Stato di Palestina, che il presidente dell’Anp Abu Mazen ha già annunciato di voler presentare all’Onu a settembre 2011, l’America si è dimostrata ancora una volta ostaggio delle posizioni di Israele: in un primo momento ha accolto la proposta palestinese a riconoscere le frontiere del 1967 per poi chiamare in causa, in modo imbarazzante, il misunderstanding, proclamando di fronte alla platea del più grande gruppo lobbistico israeliano che i confini dello Stato ebraico sono inviolabili. L’intransigenza americana nei confronti di Hamas, poi, sembra non essere memore del vecchio proposito di Israele a non voler trattare con i Palestinesi perché “disuniti”. Adesso che essi sono uniti, ovviamente, Netanyahu non vuole trattare con i Palestinesi finché saranno alleati di Hamas.

Il double standard usato dall’America nei confronti degli Stati arabi e dello Stato ebraico è la più elevata cifra della destabilizzazione regionale. E questo vale ancor più adesso che le società arabe, quella palestinese inclusa, hanno espresso la volontà di autodeterminarsi. Il vero cambiamento strutturale della dinamica relazionale tra occidente e mondo arabo sta proprio qui. Nulla, invece, sembra cambiare dall’altra parte, se non nelle belle parole del Presidente. E non saranno soltanto 40 miliardi di dollari, stanziati dai grandi della terra nel G8 di Deauville, e l’aver tirato via Bin Laden dal pantheon dei cattivi della terra a rendere le cose più facili.

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