FESTIVAL DI SALISBURGO/ L’Oedipe di Enescu e l’attualità dei miti greci

- Giuseppe Pennisi

Al Festival di Salisburgo si parla di modernità del teatro antico. Anche per questo è andato in scena l’Oedipe di George Enescu

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Foto di scena (SF/Monika Rittershaus)

Il festival estivo di Salisburgo (20 luglio-31 agosto, oltre 200 spettacoli) ha avuto come tema unificante la modernità del teatro antico che Hofmannsthal definiva un specchio magico perché i miti di oltre duemila anni fa sollevano interrogativi sull’esistenza umana, sulla guerra, sui sacrifici, sui delitti e sulle pene, nonché sul pentimento e sulla redenzione a cui ancora oggi si cerca di rispondere. Sono interrogativi perenni.

Nella sezione operistica, l’accento è ad esempio su opere come Oedipe di Enescu, Médée di Cherubini, Orphée aux Enfers di Offenbach, Idomeneo di Mozart, Alcina di Händel e Simon Boccanegra di Verdi che, ispirate dall’antichità e dal Medioevo, pongono problemi attualissimi. Nella sezione drammaturgica la prima mondiale di Die Empörten di Theresia Walser ha portato il conflitto tra Antigone e Creonte in un contesto contemporaneo, Summergäste di Maxim Gorki e Liliom di Ferenc Molnar sottolineano l’importanza della responsabilità individuale, Jugend ohne Gott di Ödön von Horváth le tensioni tra docenti e studenti in Paesi totalitari. Infine, una vera e propria maratona è stata la lettura drammatica integrale di Ulysses di James Joyce che collega il programma direttamente con l’Odissea di Omero.

Oedipe di George Enescu rientra perfettamente in questi criteri. Lo considero uno dei grandi capolavori del teatro in musica del Novecento. Ciò nonostante, si è visto e ascoltato in Italia un’unica volta: al Teatro Lirico di Cagliari nel 2005 quando ne era sovrintende il coraggioso Mauro Meli. È opera che viene messa in scena raramente, pur se oltre che a Bucarest, dove è in cartellone quasi ogni anno, si è vista recentemente al La Monnaie di Bruxelles e alla Royal Opera House di Londra. Richiede un’orchestra di altissimo livello, strumentisti solisti, grandi voci per il protagonista e i personaggi principali e un coro imponente. Dopo vent’anni di lavoro, debuttò nel 1936 all’Opéra di Parigi. È approdata quest’estate per la prima volta al Festival Estivo di Salisburgo in una produzione il cui allestimento scenico ha irritato qualche tradizionalista, ma che è stato senza dubbio il più interessante del festival. Merita di essere portato in Italia da una grande e coraggiosa fondazione lirica. Gareggia con grandi produzioni del festival austriaco come Die Soldaten di Zimmerman (importata dalla Scala) e The Exterminating Angel di Adès (vista in tutto il mondo, ma non ancora in Italia).

Oedipe è l’unico lavoro di Enescu per la scena (su un libretto del poeta francese Edmond Fleg). È tratto non solo dall’Edipo Re di Sofocle e da Edipo a Colono, ma anche dagli antichi poemi greci sulla nascita del protagonista già segnata dal fato. Traccia un quadro articolato del percorso di Edipo (e, con esso, dell’umanità) sino alla catarsi e al perdono finale (a differenza del sofocleo, l’Oedipe di Enescu riacquista la vista, umiliandosi rispetto a Dio). Alla domanda della Sfinge: «chi è più potente e più grande del destino ?», Edipo risponde: «l’uomo», rettificando, però, che l’«uomo è più potente del destino, ma non ne è più grande». Il «destino» è l’Alto (Enescu era credente e praticante della Chiesa ortodossa romena). L’opera è, quindi, imbevuta di filosofia e anche di religione. Un libretto intriso della cultura francese della prima metà del secolo scorso (Claudel, Montherland), ma non di quella del XXI Secolo. Pone, però, interrogativi profondi e sempre attuali.

Nella partitura, da un lato, si avverte la formazione francese di Enescu (allievo di Gabriel Fauré) principalmente l’influenza delle opere corali di Darius Milhaud. Da un altro, il linguaggio di Richard Strauss degli anni di Elena Egizia e di Karol Zsymanowsky (il cui Re Ruggero si è visto anni fa a Palermo), coniugato con un leit motiv ricorrente (quello del destino). Da un altro ancora le melodie popolari rumene. Infine, una scrittura vocale nobilissima e mobilissima, che va dal canto al declamato, al grido, al mormorio, al bisbigliato.

Non mancano, poi, i riferimenti alla monumentale «opera d’arte totale dell’avvenire» di Wagner di cui si avvertono non solo i motivi conduttori, ma anche la grandiosità dei finali, nonché il senso per le atmosfere tratto da Debussy e riferimenti al neoclassicismo di Stravinsky. Tutti questi ingredienti, pur così differenti tra loro, sono fusi in modo mirabile in una scrittura, al tempo stesso, personalissima e unica. Splendida la lettura da Ingo Metzmacher. Per la ricchezza dei dettagli tonali, l’ampiezza del suono, l’attenzione ai momenti solistici (del flauto, dei due corni), il supporto agli abbandoni lirici dei cantanti, la cura nel breve dialogato al termine del terzo atto. Per dare maggiori effetti stereofonici, il flauto è in uno dei palchi scavati nella roccia della Felsenreitschule, un piccolo complesso (una delle tre arpe, due fiati) e parte del coro su un’impalcatura nel lato sinistro della sala, il coro è spesso fuori scena. Si è letteralmente avvolti dalla musica mentre si dipana il dramma di Oedipe, e dell’umanità.

Tra i protagonisti eccelle Christopher Maltman vocalità che spazia dal declamato cantato, all’arioso, al melodico, alla sprechgesang. Vocalmente imponenti John Tomlinson nel ruolo di Tiresia e David Steffens in quello del Gran Sacerdote. Nel comparto femminile avrei preferito una Sfinge (Eve-Maud Hubeaux) e una Giocasta (Anaïk Morel) con registri più gravi; perfetta la deliziosa Antigone di Chiara Skerath. Tutti i protagonisti dimostravano una buona dizione del francese (come voluto da Fleg e Enescu). Non si può dire lo stesso delle numerose parti secondarie.

Regia, scene, costumi e luci sono state affidate all’ottantacinquenne Achim Freyer, che fu stretto collaboratore di Bertold Brecht e un veterano del teatro e delle arti visive tedesche. Nel 2005, vidi a Cagliari la “prima” italiana di Oedipe (sinora unica produzione italiana di questo capolavoro assoluto del Novecento): un monumentale allestimento con regia di Graham Vick. Essenziale, invece, la messa in scena di Anda Tabăcăru Hogea e Viorca Petrovici per la produzione che ho visto e ascoltato a Bucarest nel 2011 e che è ancora in cartellone: un unico impianto a due piani collegati da scale quasi a chiocciola (danno il senso del thriller) e giochi di luce. Queste due produzioni seguono un impianto tradizionale con riferimenti alla Grecia da film in costume. Anche abbastanza tradizionale, pur attualizzato a guerre (quelle balcaniche?) dei nostri giorni, quello della Fura dels Baus che ha debuttato a Londra nel 2016. In linea con il concetto di base del Festival sul significato attuale e perenne dei miti, Freyer spariglia tutti con una messa in scena astratta e atemporale in cui il protagonista (un boxeur) combatte con un’umanità che spesso emerge dai palchi scavati nella roccia. A volte carico di troppi simboli, è un allestimento discusso, ma che la sera del 17 agosto è stato salutato da ovazioni quanto il decano Freyer è apparso al calar del sipario.

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