FILIERE/ 4 leve per accelerare produzione e distribuzione di cibi più sostenibili

- Manuela Falchero

Packaging, supply chain, sprechi e comunicazione. Queste le priorità per le aziende del food che intendano rispondere alle sfide della svolta green

prendere decisioni difficile
Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Quali strategie dovranno adottare le aziende per garantire a tutti prodotti sani e sostenibili? Da questa domanda ha preso le mosse il report “Dig in: un panorama di azioni per i business che intendano coltivare un sistema alimentare sostenibile + resiliente”, elaborato dalla società specializzata in consulenza ambientale Quantis per indicare al mondo agroalimentare la rotta più efficace da seguire. 

Il punto di partenza rimanda a un semplice quanto ingombrante assunto: il food&beverage è fortemente chiamato in causa nella svolta green che si impone al Pianeta. Secondo lo studio di Quantis, infatti, il sistema alimentare globale è responsabile di circa il 28% delle emissioni globali di gas serra, valore che potrebbe addirittura arrivare a toccare la soglia del 35%. Principali imputati di questo contesto critico sono l’agricoltura e i componenti utilizzati per la lavorazione del suolo (fertilizzanti, pesticidi e concime) che contribuiscono per l’87% circa alle emissioni totali del sistema alimentare (24%). 

Da qui, le aree di possibile azione indicate dallo studio, che suggerisce innanzitutto la necessità di intervenire sul packaging, diventato oggi una priorità, in primis tra i consumatori, ormai diffusamente consapevoli delle potenziali conseguenze ambientali legate ai comportamenti d’acquisto quotidiani. Una tendenza sempre più evidente anche agli occhi delle aziende alimentari, che – nota il report – stanno sempre più spesso constatando come la sostenibilità degli imballaggi generi numerose e importanti opportunità commerciali. 

Certo, va detto, non mancano le criticità. Occorre infatti, che fin dalla fase della progettazione, gli imballaggi non solo siano riciclabili o compostabili, ma vengano concepiti anche in modo da essere smaltibili in modo congruente alle diverse modalità di trattamento dei rifiuti adottate a livello locale. E questo senza dimenticare la leva dell’informazione: i bassi tassi di riciclo – avverte il report – possono infatti essere dovuti a una comunicazione poco chiara in merito a quali tipi di imballaggio possono essere riciclati. E dunque l’invito a puntare su etichette chiare che possano favorire comportamenti virtuosi da parte dell’utente finale. 

L’analisi di Quantis mette poi l’accento sul controllo della supply chain, ovvero dell’intera filiera che porta i prodotti dal campo alla tavola. Per la grande maggioranza delle aziende food and beverage, infatti, gli impatti ambientali più significativi e i rischi aziendali sono legati ad attività che non si svolgono tra le mura aziendali, ma piuttosto al di fuori del loro controllo diretto, nelle strutture dei fornitori e nei campi dove vengono coltivate le materie prime. Molti di questi impatti e rischi sono legati a pratiche di gestione non sostenibili che incidono sulla salute, sull’uso del suolo e sulla scarsità idrica. È quindi fondamentale – è l’invito del report – che le imprese dialoghino in profondità con gli attori delle proprie supply chain così da individuare e implementare soluzioni ai dossier aperti. Dossier che impongono soprattutto di porre attenzione al trattamento del suolo e all’individuazione di strategie climatiche corrette con un faro acceso in particolare sulla questione della gestione delle risorse idriche. 

Risolvere questi nodi, significherebbe limitare gli impatti negativi e gli sprechi che – rileva sempre il report – si concentrano per la grandissima maggioranza nelle tre fasi della catena del valore: produzione agricola, gestione post-raccolta e consumo. Proprio gli sprechi rappresentano del resto un altro tema caldo sottolineato con forza dalla ricerca. I dati emersi dallo studio parlano chiaro: un terzo di tutto il cibo prodotto ogni anno per il consumo umano viene sprecato o perso tra l’azienda agricola e la tavola, con un risultato pari a quasi 1.000 miliardi di dollari di danni per l’economia globale. Ma l’impatto va anche oltre l’aspetto economico: il cibo sprecato è infatti responsabile di circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata ogni anno in agricoltura e la sua coltivazione richiede terreni della dimensione della Cina. E ancora, ogni anno genera a livello globale circa l’8% delle emissioni di gas serra e quasi un quarto delle emissioni agricole, mettendo sotto pressione gli ecosistemi. 

Come reagire allora di fronte a questo non certo confortante scenario? Secondo il report, tre sono i passaggi chiave necessari alle aziende per farvi fronte: fissare obiettivi, misurare e comprendere gli impatti e gestire i processi attraverso metriche misurabili. In altre parole, utilizzare i dati per tracciare la rotta e seguire passo passo la strada.

Alla lista, però, si deve aggiungere anche un’ultima non risibile voce: dare forma a una comunicazione attendibile. Il pubblico – osserva il report – vuole trasparenza sulle attività delle aziende per la salvaguardia dell’ambiente, pretende la verità su ciò che è stato fatto, su ciò che è in corso e sulle nuove soluzioni che le imprese stanno valutando per affrontare i principali problemi del nostro tempo. In un mondo globalizzato e digitalizzato, le aziende alimentari si trovano insomma – conclude il report – ad affrontare una sfida chiara quando si tratta di comunicare i loro sforzi per la sostenibilità: tutti sono narratori. E la maggior parte dei marchi potrebbe migliorare lo storytelling, ovvero il racconto in materia di sostenibilità per garantire che i messaggi siano puntuali, credibili e significativi. 

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