GUNS AKIMBO/ Il film pieno di pretesti per costruire azione pura

- Emanuele Rauco

Il film di Jason Lei Howden sembra voler raccontare il deep web e la lotta agli odiatori seriali, ma in realtà è pieno di pura azione

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Una scena del film

Sembra un film estremamente attuale e contemporaneo Guns Akimbo, il secondo lungometraggio di un regista come Jason Lei Howden dopo un piccolo cult come Deathgasm, ma forse non lo è poi così tanto, seppure allo status di cult ambisce anche questo.

Sembra molto sul pezzo il film perché racconta di un nerd, timido programmatore di videogiochi, che sui social tira fuori la sua anima combattiva per “blastare” (termine caro ai fan di Mentana e Burioni) i troll oppure coloro che credono a bufale, complotti, scie chimiche, ecc. Quando nella sua “crociata” si imbatte in una community che gioca a un videogame in cui ci si scontra e uccide sul serio, comincia la sua fine: viene rapito, gli vengono inchiodate delle pistole alle mani e viene costretto a giocare, sfidando la campionessa del momento.

Scritto dallo stesso regista, Guns Akimbo (distribuito in Italia direttamente da Prime Video) sembra voler raccontare il deep web e la lotta agli odiatori seriali che stanno costruendo un mondo peggiore, mentre in realtà raccoglie una serie di pretesti per costruire della pura azione con parecchi tocchi comici demenziali – a partire proprio dall’uso impossibilitato delle mani – possibili anche grazie alla dedizione di Daniel Radcliffe, ex-Harry Potter sulla via di una carriera costellata di ruoli sempre più bizzarri.

Una volta superata la patina tecno-culturale, con il blasting come faccia opposta ma uguale dei leoni da tastiera, Howden si diverte a mettere in scena una serie di quadretti più o meno folli in cui dare sfogo a sparatorie, inseguimenti, risse e violenza da cartoon con un certo brio visivo: molte le ispirazioni da Crank all’insuperato Shoot’em Up, ma più che il contesto hi-tech – fermo agli anni ’00 per ritratto di personaggi e modalità – il film vuole flirtare con il fumetto, per via di struttura, colori e personaggi, e sembra voler costruire una realtà che pare un Truman Show 4.0.

In un’epoca in cui siamo e vogliamo essere costantemente visti, vieppiù in diretta, la costruzione di una finzione attraverso la realtà o viceversa, in cui i personaggi sono al servizio del godimento di un pubblico sempre meno capace di distinguere e di porsi dubbi (a differenza del bellissimo film di Weir) e in cui la stessa figura del creatore del gioco e dell’annesso spettacolo streaming si dà aria di artista demiurgo sono la coerente prosecuzione del mondo che il film con Jim Carrey raccontava.

Howden però non calca troppo la mano sul discorso, anzi il modo in cui svicola costantemente la questione, non prende posizione anzi la ribalta e chiude in modo ambiguo la dice lunga sulla consapevolezza di un regista che vuole restare nel frivolo. E non fa male, visto che è in grado di rilanciare il gioco e la struttura con efficacia e una certa dignità, a meno fino a che Radcliffe recita il ruolo del pesce fuor d’acqua perché quando poi entra nel gioco e nel ruolo il film si ripete e si infiacchisce. Senza però perdere una certa dignità, paradossale vista la melma (estetica e morale) in cui sceglie fieramente di sguazzare.



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