I FIGLI DEGLI UOMINI/ Una moderna storia della Natività targata Cuarón

- Leonardo Locatelli

Il 25 dicembre del 2006 usciva negli Usa il film di Alfonso Cuarón che è stato poi definito «una moderna storia della Natività»

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Una scena del film

Theo e Kee, un disilluso impiegato ministeriale inglese con un passato da attivista politico e una giovane rifugiata di colore ricercata che ha da pochissimo partorito la sua primogenita, si fanno lentamente strada un passo dopo l’altro lungo il corridoio di un palazzo che faceva da ultimo asilo a una massa indistinta di immigrati illegali dalle lingue più svariate, ora circondato e assediato dall’esercito. Eppure, nell’estrema precarietà della situazione, c’è ben altro a far da richiamo intorno alla coppia per quelle ombre umane e far tender loro le mani tremanti anche solo per sfiorare il fagotto urlante che tiene tra le braccia Kee (in inglese suona come “chiave, tasto, pulsante” e in bengalese significa “che cosa”), mentre una delle non poche donne astanti le rivolge più volte un «Bendita es» («È benedetta» in spagnolo).

Un soldato con il proprio fucile davanti al volto – ad aprire la folta fila di militari che stanno facendo irruzione nell’edificio a caccia di un gruppo di ribelli chiamati “Pesci” infiltratisi nel campo profughi di Bexhill – subito lo abbassa e ordina a chi lo segue di fermarsi e cessare il fuoco. Come un’eco, il comando viene ripetuto per tutta la colonna che si snoda lungo le rampe di scale che portano al piano terra, le stesse che Theo e Kee iniziano a scendere, mentre si può udire un’altra donna che ripete la parola «Hatinok!» («bambino/a» in ebraico), la stessa che erompe anche in un commosso «My God, my God, the baby!».

Armi che tacciono, sguardi attoniti o curiosi, persone che si inginocchiano, palmi di mano verso l’alto, segni di croce, un irreale silenzio – anche la colonna sonora si interrompe per alcuni secondi – che cade intorno ai due e al vagito ininterrotto della neonata… Una scena che si può spiegare solo se si precisa che, a causa di una sterilità di non meglio specificata origine ma iniziata con aborti spontanei in tutte le donne del pianeta, è da diciotto anni che non avviene un parto sia nella futuribile Gran Bretagna come nel mondo del novembre 2027: «As the sound of the playgrounds faded, the despair set in. Very odd what happens in a world without children’s voices» «Quando i rumori dei parchi gioco svanirono, arrivò la disperazione. Molto strano, quello che succede in un mondo senza voci di bambini».

Otto mesi e mezzo fa, ci si era fatti gli auguri a sfondo cinematografico con Lo scafandro e la farfalla (2007) di Julian Schnabel, titolo che sembrava indicato sia per l’emergenza sanitaria in corso che per quella Domenica di Pasqua di Resurrezione. Ecco perché per questo Santo Natale “in zona rossa” si torna volentieri a un film, in particolare per la significativa sequenza di tre minuti appena descritta (che proponiamo a fondo articolo), che ne è sia il culmine emotivo che il prefinale: I figli degli uomini (2006) di Alfonso Cuarón, un adattamento basato molto – per alcuni troppo – liberamente sull’omonimo romanzo di P. D. (Phyllis Dorothy) James del 1992 (e in cui la vicenda ha inizio venerdì 1 gennaio 2021…). Nel 2008 un’influenza pandemica aveva stroncato la vita di Dylan, l’unico figlio di Theo e Julian (anche lei attivista e ora membro dei “Pesci”), un anno prima della nascita dell’ultima persona a venire al mondo, l’essere umano più giovane del pianeta, Diego “Baby” Ricardo, la notizia della cui uccisione all’età di «18 anni, 4 mesi, 20 giorni, 16 ore e 8 minuti» viene data all’inizio del film, che si apre su di una piccola folla assiepata davanti al televisore di un bar a Londra il 16 novembre 2027 – anno in cui «il mondo è crollato» e ormai «solo la Gran Bretagna non molla» – e poco prima che un ordigno esplosivo devasti il locale, seminando terrore e vittime.

Dopo quasi vent’anni di assenza, Julian si rifà viva per chiedere a Theo di far uscire Kee dal Paese, accompagnandola sulla costa all’appuntamento «al tramonto» con la “Tomorrow” (“Domani”), nave ospedale mimetizzata da peschereccio che la scorterà fino al «Progetto Umano», comunità scientifica basata alle Azzorre e dedita alla cura dell’infertilità umana… Da notare anche che nel film il termine sanscrito «Shantih» ripetuto tre volte – chiusa formale di una Upanishad – torna sia in bocca a un vecchio amico di Theo e Julian, Jasper («Kee, il tuo bambino è il miracolo che il mondo intero sta aspettando»), come al termine dei titoli di coda: l’equivalente italiano è «pace che sorpassa l’intelligenza». Nel 1922 T. S. Eliot lo pose a conclusione di The Waste Land, in cui va visto come un riferimento agli ultimi consigli che Paolo scrive ai primi cristiani di Filippi: «[…] e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù».

Il film fu presentato in anteprima a Venezia a settembre e uscì in un numero limitato di sale negli Stati Uniti il 25 dicembre, un fatto che spinse molti critici a stabilire un nesso tra Theo/Kee e Giuseppe/Maria e a definire la pellicola «una moderna storia della Natività» (Dana Stevens, “Slate”).



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