IL CORAGGIO DI DIRE IO/ Senza verità “muore”, solo un Padre lo può salvare

- Salvatore Abbruzzese

Salvatore Abbruzzese commenta la relazione di Javier Prades sul titolo del Meeting 2021, dal titolo “Il coraggio di dire io”

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Javier Prades (LaPresse)

Poche società come la nostra hanno fatto dell’io, inteso come principio di autonomia e di libertà implicita da qualsiasi legame, l’icona del tempo presente. Poco importa che un tale “io” sia titanico e dominatore, oppure, all’opposto, silenzioso e impenetrabile; che sia costantemente ostentato o discretamente riservato. L’io libero da legami, che fa del proprio tribunale interiore l’unica autorità legittima, costituisce il criterio di riferimento più diffuso; quello che, accanto al relativismo, appare come la vera pietra angolare della coscienza individuale contemporanea. È un tale “io” che sceglie di fare e disfare, legare o sciogliere e, soprattutto, confermare o rovesciare le scelte già fatte, affermandone la costante reversibilità.

Ma per realizzare un tale primato l’io ha sempre più bisogno di affermare l’irrisolvibilità dell’esistenza, la crescente evaporazione della verità: è proprio la dissoluzione di quest’ultima a costituire la premessa indispensabile affinché l’io possa depositare le proprie dimissioni da qualsiasi responsabilità, civile, culturale e politica.

Solo a condizione della non rintracciabilità del vero è possibile infatti edificare la costante reversibilità di quelle che finiscono per essere semplici credenze, così come è possibile separarsi dalle tradizioni irriflesse, dalle appartenenze fatte per semplice affinità elettiva tra gruppi simili per attitudini, cultura e valori. Un tale io dimissionario approda per tale strada a quel semplice “attivismo del benessere” nel quale la ricerca del proprio piacere fa del narcisismo il vero e proprio binario di arrivo nel quale si conclude l’intera parabola dell’io nella modernità contemporanea.    

L’analisi di Javier Prades denuncia l’intima e insopprimibile insoddisfazione che si manifesta all’interno di un tale primato dell’io. L’attuale società dell’io è anche quella dove la soppressione dei legami, la libertà dai vincoli non è premiata da nessuna realizzazione che non si riveli illusoria e momentanea. Non c’è ragionevole coscienza laica nella quale il desiderio di autenticità non si imbatta costantemente in delusioni e mancate soluzioni. Il limite di un io alla ricerca costante di gratificazioni si imbatte sempre più decisamente nell’inadeguatezza del presente e nel conseguente senso di mancanza.

Tuttavia l’opposizione all’io non può partire da una negazione di quest’ultimo per sostituirlo con la tesi opposta: quella di una presenza radicale e incondizionata dell’Altro. Non può essere cioè una semplice opposizione di principi. Non esiste un’opposizione all’io che possa liberarsi di quest’ultimo attraverso un’affermazione dell’assoluto in quanto tale, sostenuta magari da una fede incrollabile, se non a condizione di nascere da un’esperienza concreta. Non si tratta di sbarazzarsi dell’io denunciandone i limiti, bensì di recuperarne l’esigenza reale di autenticità che ne è alla base. Non si può replicare al desiderio dell’io se non proponendogli una verità fondata a partire da un’esperienza personale e concreta al tempo stesso.

A fronte dell’eterna fugacità degli affetti e della precarietà dell’esistenza c’è infatti la altrettanto costante “esigenza insaziabile di pienezza”, un’esigenza che si risolve solo nel “grido verso Dio”; un grido al quale Dio stesso ha dato risposta, attraverso l’incarnazione del Figlio che si è “immischiato nel mondo”. Ed è proprio l’esperienza dell’essere amati e dell’essere stati voluti da Dio che fonda un io inedito, che riconosce la propria identità come l’esito di un legame, non come la negazione di questo.

Possiamo osservare come una tale chiave di lettura, compiutamente esposta da Javier Prades, ponga l’intera dinamica religiosa interna al cristianesimo in una prospettiva completamente diversa da quella che si è soliti incrociare in sociologia delle religioni. Il riconoscimento dell’appartenenza e la conseguente iscrizione in una comunità credente nel caso del cristianesimo non sono affatto l’esito di un’esperienza collettiva condivisa. I momenti di “effervescenza rituale”, così come le diverse esperienze emozionali del sacro, per quanto detengano un loro indiscutibile valore sul piano simbolico e rituale, non sono affatto sufficienti alla sottoscrizione di una fede religiosa capace di reggere l’urto della vita quotidiana. Ciò è tanto più evidente quanto più, vivendo in una società secolarizzata, si fa esperienza costante di una solida indifferenza nei confronti della dimensione trascendente comunque intesa. Quando questa si presenta, è facilmente omologata ad una “farmacia dello spirito” che apre un ulteriore comparto di consumi esperienziali ai quali si affida lo stesso io individualistico e autoreferenziale che opera nella modernità contemporanea. Per tale strada l’intera espressione religiosa si riduce ad essere un’ennesima declinazione di quello stesso mercato di servizi alla persona sul quale converge una messe sempre maggiore di servizi e di esperienze.

In realtà il cristianesimo si risolve solo nell’incontro concreto con una presenza che genera un legame, con il riconoscimento di un atto d’amore primigenio compiuto da un Dio del quale si riconosce la paternità. Per dire “io” ci vuole coraggio, riconoscendo le proprie responsabilità ed i propri limiti; ma questo lo si riesce a fare solo nel riconoscimento di un legame con Colui dal quale si dipende. Solo l’esperienza di un Dio che “tiene a ciascuno di noi” può fondare un legame reale che non delude mai. Ed è proprio per questa strada che si fonda un’esperienza cristiana assolutamente indifferente a qualsiasi secolarizzazione e che, al contrario, coglie senza sosta le delusioni e le nostalgie presenti dentro quest’ultima per una domanda ricacciata indietro che, tuttavia, costantemente riaffiora.

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