IL MISTERO DEL SUICIDIO/ Neal Casal: il prezzo da pagare

- Paolo Vites

Il suicidio de musicista americano Neal Casal ha spiazzato tutti per l’imprevedibilità del gesto che nessuno si aspettava da lui

Neal Casal cropped copy
Neal Casal

In questi giorni successivi all’incredibile notizia della morte per suicidio di Neal Casal, a soli 50 anni, un artista che tutti amavano per il suo carattere solare, sempre ottimista, con un solo scopo apparente, fare musica in mille progetti diversi, parlando con diverse persone che come me lo avevano conosciuto di persona e non solo, ci siamo interrogati a lungo su come sia stato possibile che una persona del genere si sia tolta la vita. Se si uccide una persona così piena di voglia di vivere, che cosa ci resta in cui credere, è stata la domanda che ci siamo posti. Un conto, per quanto il suicidio sia sempre scelta che ci scandalizza, ci sconvolga, ci terrorizzi, è quando sei un artista con problemi di tossicodipendenza che durano da tutta la vita, vedi Kurt Cobain, o di alcolismo. La morte sembra scritta nel loro Dna e paradossalmente ognuno se l’aspetta, giorno dopo giorno, sperando che trovi le persone giuste che lo aiutino a uscire dal tunnel. Ma poi succede.

Quanto fatto da Neal Casal ci ha lasciato tutti senza commenti, paralizzati, impotenti. Certo, nessuno conosce davvero l’altro, nessuno sa dietro a un sorriso quanti demoni ci possano essere.

La morte di Neal Casal però apre un nuovo scenario. “Neal riusciva sempre a trovare qualcosa per cui sorridere quando si trovava vicino alle persone che gli piacevano, ma c’era una profonda tristezza in lui. Ed è un inferno di questi tempi per gli artisti indie, anche conosciuti, fare abbastanza soldi per sopravvivere” mi ha scritto Sylvie Simmons, giornalista inglese da decenni residente in America, una delle penne più acute della storia del giornalismo. Me l’ha scritta quando io ho le ho suggerito, secondo quanto ha detto qualcuno, che Neal aveva seri problemi economici: come è possibile, le ho chiesto. Era impegnato in mille progetti musicali, sempre in giro a suonare. E come è possibile che amici e colleghi non lo stessero aiutando? Sylvie però suggerisce una idea, realistica, che abbassa i toni del romanticismo a cui ancora oggi leghiamo la figura del musicista rock: “un inferno (se non sei una star, nda) riuscire a sopravvivere”. Economicamente.

Quando ho visto per la prima volta in concerto alcuni dei miei massimi miti giovanili, Crosby Stills e Nash, era il 1982: erano sfatti, obesi, pieni di droga. Non erano quelli che avevo amato nei loro dischi degli anni 70. Così è stato in molti altri casi. Faccio parte di una generazione e di un paese, l’Italia, che si è dovuta accontentare per una miriade di motivi di vedere i suoi eroi giovanili quando il loro tempo massimo era già scaduto. Revival e nostalgia, in tanti casi.

Neal Casal, che esordì a metà anni 90, con un disco in puro stile anni 70, il periodo in cui ero cresciuto e che aveva amato, rappresentava un artista giovane e quasi coetaneo a me che faceva la musica che avevo amato da ragazzo. Credo sia questo il motivo per cui molti si sono attaccati a lui. Non era il solo, penso a Damien Rice ad esempio. Eppure un musicista ben più famoso di Neal, anche lui appartenente al mondo indie seppur con più notorietà e successo di Casal, ha scritto in un post che poi ha cancellato da Facebook e per questo mantengo l’anonimità, parole lapidarie che spalancano la porta su quanto Sylvie Simmons ha solo accennato: “C’è un modello epidemico nel modo in cui stiamo perdendo una certa generazione di artisti e non è la vecchiaia, è la disperazione. È il modo in cui gli artisti hanno a che fare con un ritmo di vita spietato e con fonti di reddito che svaniscono, tutto abbinato a una raffica apparentemente infinita di cultura meme virale che non ha nulla a che fare con l’arte o la visione duratura. È punitivo. In un mese abbiamo perso due giganti: uno era un caro amico. L’altro era vicino a molti che conosco ed ero pronto per andare in tournée con la sua band tra due mesi. L’abbiamo perso proprio oggi (Neal Casal, nda). Dobbiamo parlare di più del valore che diamo al benessere fisico e mentale dei nostri artisti. Sta diventando sempre più difficile in questo senso e questa non è una sorta di lamentela o un vago grido di diritto, è solo consapevolezza del mondo in cui viviamo”.

Il mio buon amico Manlio Benigni, giornalista, poeta e scrittore, ha postato su FB parole che aprono ulteriori scenari: “Si è suicidato il cantautore e chitarrista Neal Casal, neanche 51 anni. Non ho ancora accettato la morte di Chris Cornell, poco più che cinquantenne, né il sacrificio di Tom Petty, imbottito di medicine e antidolorifici, a neanche 67 anni, né il triste suicidio di Keith Emerson, ultrasettantenne malato e inabile a suonare da virtuoso, Due musicisti questi ultimi che non volevano “tradire” il loro pubblico, ma desideravano continuare a salire sul palco a ogni costo. E che dire degli ultraquarantenni Keith Flint e Chester Bennington? Per non parlare delle overdose di farmaci che hanno annientato Prince e Dolores O’Riordan.  La terza o quarta età del rock comporta anche questo: la fine del club dei 27, divinità giovani e belle che hanno vissuto all’estremo, bruciando velocemente, e l’incapacità da parte del pubblico di accettare che gli eroi di un tempo possano, una volta superato il rito di passaggio quasi inevitabile di droghe, stress da fama, disintossicazione, vite familiari distrutte, MATURARE, INVECCHIARE, AMMALARSI, mostrarsi FRAGILI, persino MORIRE. Il fatto che il suicidio sia un’opzione ormai ADULTA e non più ADOLESCENZIALE dovrebbe farci riflettere e spaventare tutti, ma è ancora tabù”.

Già, il suicidio non è più affare di ragazzini in crisi di maturazione adolescenziale. Riguarda noi adulti. In un mondo sempre più cinico e oppressivo, che annichilisce ogni desiderio del cuore, è davvero difficile, per dirla alla Hank Williams “uscirne fuori vivi”. Cioè resistere alla tentazione del suicidio.

Una amica personale di Neal Casal ci ha scritto una grande verità. Da circa un anno era molto giù di corda, non vedeva un futuro per la sua carriera. Da anni ormai per campare faceva il chitarrista per altri artisti, lui che aveva scritto canzoni tra le più belle di ogni tempo. Gli piaceva, certo, la musica per lui era tutto, e aveva colto queste opportunità per tirare avanti la barca e fare quello che comunque amava. Ma alla fine i conti non tornano più, non tornano mai. “Penso che abbia sacrificato troppo per la carriera e alla fine si sia ritrovato con un pugno di mosche nella vita reale e probabilmente ha dovuto affrontare problemi concreti che non è riuscito a risolvere con una chitarra” mi ha detto Raffaele Concollato che aveva aperto anni fa un sito italiano dedicato a Neal (e per cui non lo ringrazierò abbastanza).

In realtà non sapremo mai i motivi del gesto di Neal Casal ed è giusto così. Veniamo gettati nella vita senza averlo chiesto e la vita ci conduce dove vuole lei. E per la gente bella e onesta, pura e amante della bellezza, ma fragile, è sempre più difficile sostenerla, questa vita.

La sua ultima apparizione dal vivo si era tenuta sabato 24 agosto, ospite alla festa di compleanno di Oteil Burbridge. Ma il suo ultimo vero concerto era stato la sera prima, con la sua ultima band, i Circles around the sun. Aveva suonato tutta la sera a piedi nudi, poi aveva salutato, preso le sue scarpe e andato via. Una coincidenza ovvio, ma anche una simbologia di morte. Lunedì 26 agosto era tornato a casa. Gli amici che lo avevano chiamato varie volte durante il girono, non avevano ricevuto risposta. Alla sera qualcuno lo ha trovato senza vita in casa. La vita è un fottuto mistero. Di lui ci restano queste parole bellissime: “Perché la musica è importante? Tutti noi abbiamo bisogno di sognare, abbiamo bisogno di un po’ di pace, abbiamo bisogno di ballare, abbiamo bisogno di poesia, tutti noi abbiamo bisogno di un po’ di stupore nelle nostre vite, di eccitazione e anche di melanconia. Abbiamo bisogno di un modo di esprimere tutte queste cose e la musica è il veicolo perfetto”. Non sprechiamo questa bellezza, non indaghiamo la musica, trattiamola con rispetto, lei e i musicisti. Come ha detto una volta Jim White: “Se senti che la musica è una cosa importante e ami la musica, dillo alla gente. Dì alla gente che la musica è sacra. La musica non è usa e getta e senza valore, non dovrebbe essere trattata in questo modo”. E’ il nostro compito, adesso.

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