ARTIMONDO/ Dall’operaio di Péguy all’artigiano di AF, il segreto della bellezza in un click

L’artigianato è senza dubbio una ricchezza imprenditoriale italiana. ANTONIO INTIGLIETTA ci spiega la sfida di Artimondo, uno strumento per valorizzare questa peculiarità nazionale

24.06.2014 - Antonio Intiglietta
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Premessa. “La bellezza educherà il mondo” (Papa Francesco). È questa la sfida che attende gli artigiani italiani ed europei, alle prese, oggi, con un mondo sempre più globalizzato e orientato alla produzione di massa. Fenomeni che, oltre a non soddisfare la fame di senso della gente, impongono un’omologazione culturale capace, come direbbe Pier Paolo Pasolini, di cancellare “dall’orizzonte le piccole patrie”. In tutto il mondo, dall’Europa all’Asia, è, del resto, possibile acquistare lo stesso oggetto. Si tratta di una tendenza che rischia di indebolire una cultura millenaria fatta di tradizioni e saperi, che vive della genialità di chi, mettendosi al servizio delle comunità, opera per trasformare la materia in qualcosa di bello, di buono e di utile. Prodotti originali, unici per definizione, concepiti e realizzati dalle mani sapienti di uomini e donne che rendono tangibile, con la loro opera, una trama di relazioni umane, sociali ed economiche con radici lontane. Le loro botteghe, per lo più “micro imprese”, costituiscono, nel Vecchio Continente, il motore dello sviluppo: del 99,8% delle Pmi che operano nell’Ue, il 92% conta meno di nove dipendenti. A queste piccole realtà, impiegate nei settori del food, dell’abbigliamento, dell’oggettistica, della salute, della gioielleria e dell’arredamento, non vengono riservate le prime pagine dei quotidiani: gli organi di informazione si limitano, infatti, a trattare delle questioni legate alla sorti delle “grandi”, che, però, rappresentano solo lo 0,2% del tessuto imprenditoriale europeo!

La sfida. La battaglia culturale che intendiamo condurre è, invece, legata al riconoscimento di questo “fiume carsico” che in Italia, così come in altri paesi, coinvolge milioni di lavoratori. Un segmento rilevante dell’economia mondiale che, nel corso delle diciotto edizioni de “L’Artigiano in Fiera”, abbiamo proposto a milioni di visitatori. Questa circostanza ci ha indotto a formulare una domanda: cosa ha generato questa esperienza? AF ha messo al centro l’uomo e la sua storia, che si esprime attraverso il lavoro. È lo stupore – che si percepisce con la ripetitività dell’esclamazione “che bello!” – che anima la kermesse di Fiera Milano. Una manifestazione che ha diffuso una filosofia dell’acquisto alternativa – come direbbe l’economista francese Serge Latouche – alla “bulimia del consumo”: la valorizzazione del lavoro artigiano, inaugurando un’economia a dimensione umana, non rende l’acquisto un modo per riempiere un vuoto esistenziale, ma un mezzo per condividere un’opera votata alla qualità e alla bellezza.

La proposta. Ecco perché, confortati del successo riscosso, ci siamo chiesti: come possiamo promuovere questo messaggio a livello globale? In che modo gli artigiani possono cogliere l’appuntamento con la globalizzazione? La strada è accettare la sfida dell’innovazione, provando a rendere accessibili, 365 giorni all’anno, le loro storie. In questo solco nasce Artimondo, consapevoli che, attraverso un e-commerce dedicato alla qualità, migliaia di piccoli imprenditori possano proiettarsi, grazie alla rete, verso i mercati internazionali. L’auspicio è che da questo nostro contributo, che mira a generare la più grande piattaforma dell’artigianato, possa sviluppare una nuova imprenditorialità che risponda anche al bisogno di una strada per l’occupazione dei giovani: accettando la sfida dell’internazionalizzazione, essi possono ripartire dalle botteghe e ritrovare una propria dignità con una nuova concezione del lavoro basata sui prodotti “ben fatti”, come gli operai di Charles Péguy:

“Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto” (Charles Péguy, L’argent, 1914).

Con questa rubrica, anch’essa esempio di innovazione nella comunicazione, vorremmo, così, lanciare una sfida legata alla cultura del lavoro odierna. Si tratta di una battaglia che non intende proiettarci al passato, ma al presente e al futuro, poiché destinata ad accogliere una straordinaria opportunità di cambiamento. 

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