INDUSTRIA & RIPRESA/ Il declino che la politica rischia di innescare

- Federico Pirro

Oltre al più cogente problema del caro energia, l’industria italiana rischia di pagare il prezzo di errori di valutazione politica

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Ormai lo stanno scrivendo in tanti: siamo in una tempesta perfetta fra ripresa della pandemia – anche se le vaccinazioni di massa sembra che almeno in Italia ne abbiano attenuato di molto la pericolosità -, aumento esplosivo del costo dell’energia, con il rischio che si spengano altri impianti energivori oltre a quelli già fermati, e nuovo incremento dello spread.

E tutto questo avviene in una fase della nostra economia che, con un tasso di crescita nel 2021 pari al 6,2%, non ne conosceva uno simile da alcuni decenni, anche se l’inizio del nuovo anno alimenta nel Paese fra imprese, sindacati e cittadini preoccupate domande sulla sua prosecuzione e sul consolidamento dei livelli occupazionali che, pur cresciuti con molto lavoro a tempo determinato, non hanno ancora recuperato i livelli pre-Covid.

Sono soprattutto queste, insieme alla necessità di far partire l’attuazione del Pnrr, le ragioni che spingono associazioni imprenditoriali, leader politici e sindacali, cancellerie europee e testate economiche internazionali come Economist e Financial Times ad auspicare una permanenza di Mario Draghi alla guida di un Esecutivo che, nonostante l’intensa dialettica fra i partiti che lo compongono, è riuscito a varare provvedimenti, come ad esempio la Legge di bilancio ma non solo essa, sui cui contenuti il Premier, i suoi Ministri e il Parlamento hanno saputo fare sintesi nell’interesse supremo del Paese.

Una compagine governativa, vogliamo aggiungere, composta da Ministri, Viceministri e Sottosegretari che, a nostro avviso, si sono rivelati complessivamente all’altezza del compito loro assegnato, con alcune punte di assoluta eccellenza e che, diciamolo francamente, non sarebbe facile sostituire, o almeno non lo sarebbe in breve tempo in un nuovo Esecutivo, con tutti i loro staff (capi di gabinetto, segreterie particolari, capi di segreterie tecniche, responsabili di uffici legislativi, consiglieri economici, ecc.). Quando si insedia un nuovo Governo, infatti, non sono solo i Ministri spesso a cambiare, ma anche in molti casi gli staff dei loro più stretti collaboratori con i quali si instaura un rapporto fiduciario. 

È vero che, com’è ormai fin troppo noto, sono molto spesso gli stessi consiglieri di Stato, giudici della Corte dei conti, componenti dell’Avvocatura dello Stato, magistrati in aspettativa, alti dirigenti ministeriali o professori universitari a ruotare negli staff dei Ministri, ma è anche vero che quasi sempre quelle stesse persone cambiano i ministeri nei quali sono chiamati a costituirne gli Uffici di gabinetto, e pertanto devono cercare di conoscerne bene le gerarchie e le competenze interne prima di entrare pienamente in attività. Allora, cambiare il Governo in carica, oltre a scatenare una lotta dura fra i partiti che volessero ancora farne parte per dividersi i ministeri – e all’interno dei singoli partiti per scegliere coloro che dovrebbero guidarli, stanti le mai sopite ambizioni “governiste” di tanti parlamentari, soprattutto a poco più di un anno dalle elezioni politiche (se non saranno anticipate) – significherebbe probabilmente cambiare anche tutti gli staff dei vari Uffici di gabinetto, in un momento in cui, invece, bisogna assicurare piena continuità a un’azione dell’Esecutivo che è incalzata anche da una preoccupante congiuntura pandemica e da una altrettanto insidiosa congiuntura economica.

Ce lo possiamo permettere? Possiamo permetterci come Paese di cambiare il motore e l’autista della macchina in corsa, con il rischio (drammatico) di andare a sbattere, perdendo anche i fondi del Pnrr – che a quel punto sarebbero in molti nell’Ue (e a ragione) a non volerci più erogare – e mandando alla deriva per un periodo che potrebbe prolungarsi oltre ogni previsione l’economia italiana e in particolare l’industria che resta il suo settore trainante? 

In proposito, se è auspicabile che le fortissime preoccupazioni destate nella business community e fra tutti i cittadini dall’esplosione del prezzo del gas possano attenuarsi in un arco temporale di breve periodo, grazie anche agli interventi governativi già compiuti e agli altri sollecitati al riguardo al Presidente Draghi, è bene non dimenticare in alcun modo che larga parte della nostra industria – grazie alla quale conserviamo ancora il ruolo di seconda manifattura per valore aggiunto dell’Unione europea, dopo quella tedesca – insieme alle tensioni sperabilmente solo congiunturali del costo dell’energia, sta vivendo l’avvio del decorso storico della transizione energetica che, se non sarà governato a livello nazionale e comunitario con grande equilibrio, rischia di generare effetti devastanti su larghi comparti della nostra industria con conseguenze sociali imprevedibili, o meglio prevedibilmente drammatiche, per migliaia e migliaia di persone.

Si, lo sappiamo, ne parla e scrive ogni giorno il Presidente della Confindustria Bonomi, lo paventano moltissimi imprenditori dei settori più direttamente interessati, lo affermano molti autorevoli economisti, lo temono quei banchieri i cui istituti di credito sono più esposti verso certi comparti: settori come siderurgia a ciclo integrale con lo stabilimento di Taranto, fabbriche dell’automotive e della sua componentistica, la raffinazione petrolifera, l’upstream dai pozzi del Sud Italia, l’industria aeronautica e altri segmenti manifatturieri minori sono a rischio di declino, se non verranno assunte (o riviste) decisioni prese a livello europeo, e se il Governo italiano non avvierà risolutamente la strada di un pilotaggio – che dovrà prolungarsi nel tempo e presentare elevata qualità programmatica, grazie anche ai fondi del Pnrr – di un processo di transizione certamente inevitabile, ma non necessariamente frettoloso sotto il profilo tecnologico, e soprattutto socialmente sostenibile.

Venendo al merito dei singoli nodi da sciogliere, per l’acciaieria di Taranto, la più grande d’Europa a ciclo integrale e il maggior impianto manifatturiero d’Italia per numero di addetti diretti (8.200), le linee ancora molto generali presentate da Governo e azienda a Sindacati e Istituzioni locali miranti alla decarbonizzazione del sito entro dieci anni, devono tuttavia misurarsi con le urgenze impiantistiche e occupazionali del presente e del futuro prossimo dello stabilimento, alle quali si deve rispondere con interventi capaci di saldare congiuntura produttiva – almeno sino all’agosto del 2023, data di completamento dei lavori di ambientalizzazione previsti dall’AIA – e prospettiva tecnologica di medio termine costituita dall’introduzione di forni elettrici, con l’impiego per alimentarli del preridotto di ferro, producibile però solo con un prezzo del gas che sia, stabilmente e di molto come valore, al di sotto di quello attuale.

Per il settore dell’automotive, l’Anfia in Italia e l’Associazione dei costruttori europei chiedono con forza e crescente insistenza che si riveda il termine del 2035, fissato dalla Commissione europea, dopo il quale non si potranno più vendere nell’Ue auto a benzina e diesel. L’elettrificazione delle autovetture è ormai partita nella produzione delle loro fabbriche di assemblaggio e con crescenti vendite sul mercato, ma ormai da tempo si assiste in Italia e all’estero a una forte flessione degli acquisti totali di auto, perché i consumatori – volendo acquistare ancora quelle (tuttora meno costose) con motori termici o almeno ibride – temono a ragione di vedersene drasticamente ridurre il valore. E in ogni caso, produrre modelli a trazione elettrica significa già oggi – lo sappiamo bene – mettere a repentaglio l’occupazione di migliaia di addetti adibiti alle propulsioni tradizionali che andranno progressivamente riqualificati e trasferiti forse ad altre attività, sia pure nello stesso comparto. Stiamo parlando di migliaia di addetti qualificati stimati solo in Italia nell’ordine di circa 120mila unità. 

E a catena, con la trasformazione delle propulsioni automobilistiche dai motori a combustione a quelli elettrici, nel settore della raffinazione la Confindustria di Siracusa – nel cui territorio sono in esercizio due delle maggiori raffinerie attive in Italia, quella della russa Lukoil e quella degli algerini della Sonatrach – ha chiesto al Governo con un articolato documento di valutare ogni forma di intervento possibile per incentivare (almeno in questa fase) la produzione di carburanti meno inquinanti, bisognosa però di nuovi investimenti sugli impianti oggi in attività, sui quali comunque negli ultimi anni si è intervenuti con impiego massiccio di risorse autofinanziate per migliorarne l’ecosostenibilità.

Anche il settore aeronautico – che sta soffrendo la brusca contrazione dei voli a livello mondiale – sollecita nuove strategie di processi e di prodotti in particolare negli stabilimenti meridionali della Leonardo Divisione aerostrutture di Pomigliano d’Arco, Nola, Foggia e Grottaglie (TA), per un trasporto aereo che è sicuramente destinato a crescere, sia pure in un orizzonte temporale sicuramente più dilatato rispetto alle previsioni pre-Covid.

E che dire poi della sempre più evocata e necessaria generazione elettrica da fonti rinnovabili? Dovremmo anche in Italia incrementarne e di molto la produzione pur elevata sino al 2030, e in tal senso il Ministro (tecnico) Cingolani – ma resterebbe in un nuovo Governo con i politici desiderosi dei Dicasteri oggi assegnati ai tecnici ? – si sta impegnando allo stremo per accelerare quanto di sua competenza per le autorizzazioni di nuovi impianti. Tuttavia, persistono le sorde resistenze di Soprintendenze ai beni culturali che non vogliono ulteriori insediamenti di eolico e fotovoltaico nei paesaggi su terraferma, mentre alcuni Sindaci di Comuni costieri del Mezzogiorno – al largo dei quali, ma a distanze fra i 12 e i 24 chilometri dalle coste dovrebbero essere posizionati parchi eolici off-shore galleggianti – si oppongono con determinazione alla loro installazione temendo (ma a torto) inquinamenti e deturpazioni di paesaggi marini. Nel frattempo, le centrali a carbone – che dovrebbero essere dismesse entro il 2025 come quella da 2.640 MW dell’Enel a Brindisi – rischiano invece di continuare a produrre con tale combustibile oltre quella data, non essendovi ancora una sufficiente capacità sostituiva di generazione da fonti alternative, e tardandosi ancora la messa a cantiere, o il non completamento di alcune centrali a gas, comunque necessarie nella fase di transizione, già autorizzate o da prevedere con le aste del “capacity market”.

Siamo dunque a oggi in un’emergenza congiunturale acuta e, in una prospettiva a breve-medio termine, alle soglie di un’emergenza di carattere strutturale.

E proprio per tali ragioni – voglio ribadirlo con assoluta chiarezza – mi pare francamente inaccettabile che si pensi di poter cambiare il Governo in carica, o addirittura di poter andare a elezioni anticipate, quando invece vi sarebbe bisogno almeno di un altro intensissimo anno di lavoro per dare avvio al Pnrr, ricevendo così altri due ratei di fondi da Bruxelles, e per impostare e avviare linee di politica industriale rigorose, qualificate e attente al presente e soprattutto al futuro dell’Italia come seconda potenza manifatturiera d’Europa. 

È chiaro sino in fondo tutto questo all’intera classe politica del nostro Paese? O dobbiamo continuare a pensare che siano sempre attuali le parole del famoso e compianto umorista Ennio Flaiano quando affermava che in Italia “spesso la situazione è grave, ma altrettanto spesso non è seria”? 

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