J’ACCUSE/ “C’è un progetto preciso per lasciare l’Italia in piena crisi”

- int. Gustavo Piga

Governo italiano e Commissione europea sembrano essere in sintonia sulla politica fiscale da seguire per il nostro Paese

sondaggi politici
Mario Draghi (LaPresse)

“La strategia è evidente. Il disegno sull’Italia ormai è chiarissimo”. È netto e duro il commento di Gustavo Piga, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, alle previsioni economiche di primavera diffuse lunedì dalla Commissione europea.

Cosa intende dire, professore?

Se confrontati con quelli contenuti nel Def approvato a inizio aprile, i numeri forniti dalla Commissione europea abbassano le stime sul nostro Pil di quest’anno dal 3,1% al 2,4%, mentre quelle sull’inflazione passano dal 5,4% al 5,9%. Di conseguenza, in virtù di una minor crescita e di una maggiore spesa per gli interessi sul debito, si dovrebbe avere un deficit/Pil più alto rispetto al 5,6% indicato nel Def. Invece, secondo le stime di Bruxelles, addirittura scenderà al 5,5%.

Com’è possibile che avvenga una cosa del genere?

Questa “magia” è possibile solamente diminuendo ulteriormente, rispetto a quanto già previsto nel Def, il disavanzo primario. Il che conferma che Governo italiano e Commissione europea sono in perfetta sintonia su quale deve essere la politica fiscale per il nostro Paese in tempi in cui le cose peggiorano, oltretutto a causa di fattori esogeni: bisogna stringere le viti e usare gli strumenti di tortura così da far urlare ancora di più il prigioniero.

Una diminuzione del disavanzo primario si può ottenere aumentando le entrate o tagliando la spesa.

Non vi sono dubbi su quale sia la strada scelta. Qualunque nostro politico in televisione è capace di ripetere che c’è una marea di risorse, più di 200 miliardi di euro, da utilizzare. E sulla carta è effettivamente così. Poi, però, questi soldi non vengono spesi. Lo ha detto anche il ministro Franco nel corso di un’audizione parlamentare: dei 15 miliardi previsti dal Pnrr per vecchi progetti ne sono stati spesi solo 5. Inoltre, non vengono fatti investimenti sul personale della Pubblica amministrazione. Bisognerebbe chiedere al ministro Brunetta se è vero, come mi è stato detto, che diverse persone assunte per la realizzazione del Pnrr hanno poi lasciato l’incarico, a tempo determinato, perché non hanno trovato nella Pa un disegno coerente e sono state messe in un angolo e non a lavorare. 

Se non riusciamo a spendere le risorse non sarà perché, come si ripete da anni, non siamo in grado di farlo?

No, qui non c’è solo un problema di incompetenza, ma anche la volontà di non spendere le risorse per non rischiare di non centrare gli obiettivi sul deficit/Pil. Il Governo ha deciso di essere assolutamente indifferente alla questione fondamentale degli investimenti pubblici e della spesa in un momento strutturalmente e congiunturalmente drammatico per il Paese. Va denunciato in tutti i modi possibili e immaginabili, perché mai come oggi il Fiscal compact è vivo in maniera drammatica, addirittura probabilmente molto più che ai tempi di Monti. Di fatto si è deciso che questo Paese non deve crescere. Del resto, ne abbiamo anche parlato a suo tempo, all’Eurogruppo del 14 marzo è stato approvato un documento in cui si dice chiaramente che i Paesi virtuosi devono fare investimenti pubblici, potendo far così riprendere, tramite l’aumento strutturale della competitività, la loro economia in un momento di difficoltà, mentre quelli come il nostro non lo possono fare perché hanno un elevato debito pubblico. Non dimentichiamo, però, che questo alto debito su Pil si è generato principalmente nell’ultimo decennio grazie alla minor crescita causata dalle politiche di austerità. 

Il Commissario europeo Gentiloni ha ricordato l’importanza del Pnrr quale strumento per evitare che il rallentamento dell’economia sia nocivo. Da quello che ha detto prima sembra però che non si possa far molto affidamento su quel Piano.

Il Pnrr non ha nulla di keynesiano. È un piano di riformismo orientato alle grande imprese e non alle piccole perché alla fine, dato che sarà necessario correre per spendere le risorse, si faranno gare grandi e verrano affidate alle grandi multinazionali sia consulenziali che industriali. Il progetto purtroppo è chiarissimo: non si vuole far entrare in un momento così importante il settore pubblico a supporto dell’economia, perché altrimenti vi sarebbe maggiore attenzione alle persone più bisognose, più povere, con minori opportunità. Siamo davanti a un progetto totalmente elitario che non coincide con le esigenze dei più deboli e dei meno protetti: la restrizione del saldo primario, la minor differenza tra entrate e uscite non per interessi sul debito, non fa male ai ricchi, ma a chi ha più bisogno e a chi è più in difficoltà. E questo è gravissimo.

Colpa dell’Europa?

C’è una perfetta connivenza tra Governo italiano e Commissione europea. Siamo dinanzi a un gioco da circoli riservati in Europa che coinvolge anche una parte dell’élite italiana. Si sta però dimenticando la lezione arrivata anche dagli Stati Uniti: se non si agisce per alleviare le sofferenze degli ultimi è la democrazia a essere in pericolo. E questo è responsabilità prima di chi ha la leadership dell’Italia e dell’Europa.

Stando così le cose, è del tutto inutile aspettare di sapere se ci sarà o meno una proroga della sospensione delle regole del Patto di stabilità per un altro anno.

Queste regole sono ben più vive di prima. Il Fiscal compact poneva paletti chiari, mentre ora siamo arrivati al paradosso per cui in assenza di parametri formali da rispettare si fanno cose ancora più invereconde di quelle che si facevano col Fiscal compact. 

Professore, c’è un qualche elemento di speranza di fronte a un quadro così drammatico come quello descritto?

Sì e sta nell’enorme bellezza e resilienza di questo incredibile Paese chiamato Italia. Sotto il progetto elitario di cui abbiamo parlato c’è un Paese vibrante, bellissimo, pieno di opportunità se soltanto le si vogliono sfruttare, di gente intelligentissima e appassionata, di piccoli imprenditori geniali che lavorano indefessamente per le loro famiglie e per i loro operai, di tanti giovani che si vogliono sfidare imparando e volendo contribuire al cambiamento del Paese. Per fortuna tutti questi valori culturali non ce li hanno ancora tolti e da essi dobbiamo ripartire.

Crede sarebbe opportuno tornare a votare in modo da poter poi formare un nuovo Governo?

Questo lo ha detto lei.

(Lorenzo Torrisi)

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