TV/ I successi di Sanremo e del Grande Fratello: quando trionfa il relativismo

- Maestro Yoda

Alla tv di oggi, spiega YODA, la verità, la dignità, la cultura, il rispetto dei valori non interessano. Tutto va bene purché si faccia audience

Sanremo09R375_130209

Invece di usarlo per sostenere le mie ossa di jedi millenario, avrei volentieri usato il mio bastone per accarezzare la schiena degli 8 milioni che la sera della morte di Eluana hanno guardato il Grande Fratello. Non tanto per aver guardato un programma di intrattenimento invece di seguire noiose pseudo-dirette che inquadravano il cancello della Casa di Riposo dove si era concluso il dramma, quanto per aver guardato intenzionalmente un programma che mette in mostra sentimenti fasulli, e pianti e lacrime per motivi del tutto ingiustificati e inesistenti. Mentre c’era da piangere e commuoversi sul serio per ben altro.

 

Il mio bastone lo userei anche per gli oltre 14 milioni (di male in peggio!) che hanno guardato la prima serata del Festival di Sanremo. Non perché si trattasse del Festival della canzone italiana (che male c’è, in fondo, a distrarsi seguendo una gara canora?), ma perché buona parte di questi telespettatori sono caduti nella rete abilmente costruita da Bonolis, Del Noce & C. Scandali annunciati e coltivati (la canzone anti-gay di Povia, con Grillini dell’Arcigay – invitato in sala – cui è stato dato un microfono per replicare…), sbandieratissima “partecipazione” di Mina (che ha cantato virtualmente da par suo, ma sullo sfondo di un video assai modesto), grande attesa per Benigni che ha gestito anche lui da par suo il solito repertorio di smargiassate antiberlusconiane, seppellendo la povera Zanicchi (che se l’è davvero cercata, per la verità) sotto una montagna di trivialità. Finendo sul registro del “politically correct” con la recita di una famosa lettera di Oscar Wilde al suo giovane e maschio amante, e concludendo che quello che importa è l’amore, che sia poi etero, omo, chi se ne frega, tanto è tutto uguale.

Ci vogliamo scommettere che i critici del settore, che erano pronti a crocifiggere Del Noce e Bonolis, per via dei grandi ascolti li dichiareranno salvatori della patria per aver impedito al Festival di naufragare come meriterebbe? Lascio agli esperti analisi più approfondite, a un vecchio saggio preme assai di più sottolineare la gravità del momento che stiamo vivendo, dove tutto ruota intorno a un valore semplicemente quantitativo (l’audience), mentre di qualitativo non c’è più niente.

Alla prima serata del Festival le proposte musicali erano assai modeste, i cantanti di lungo corso (Mina a parte) pallide imitazioni di se stessi, giusto un paio di giovani promesse non male. Al Grande Fratello la “conversatio” tra gli abitanti della casa è a un livello che al confronto i camionisti sembrano membri dell’Accademia della Crusca. Bonolis e Benigni si sentono eroi per aver portato al grande pubblico di Sanremo la battaglia sociale per la parità sociale dei sessi (ma non tra uomo e donna, bensì tra etero e omo!).

In definitiva, commentava qualcuno all’interessante chat organizzata durante la prima serata da ilsussidiario.net, tutto si è risolto in un grande esempio di relativismo: etico, musicale, estetico. Ecco il vero punto: alla tv di oggi la verità, la dignità, la cultura, il rispetto dei valori non interessano. Tutto va bene purché si faccia audience.

Così che Bonolis possa dire di essersi meritato il suo milione (più le telepromozioni, ci hanno fatto notare), Benigni altri soldi & ovazioni, e Del Noce possa continuare a distribuire tonnellate di relativismo quotidiano, insieme alla sua costante presenza dalla prima fila di ogni programma. Ma cosa avete fatto voi umani per meritarvi un simile triste destino?







© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori