LAVORO E POLITICA/ Il dramma dei Neet che non si risolve con sussidi e immigrati

- Natale Forlani

Il numero dei giovani Neet in Italia è cresciuto e non è certo con i sussidi che si può pensare di farlo diminuire nei prossimi anni

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(LaPresse)

Quello del sottoutilizzo delle risorse umane nel mercato del lavoro è, con tutta probabilità, l’argomento più trascurato dagli economisti, che danno per scontato che l’unica condizione per risolvere il problema sia quella di aumentare la crescita economica e la domanda di lavoro.

Senza questi due fattori è senza dubbio impossibile aumentare il tasso di occupazione. Ma esiste anche la possibilità che una domanda di lavoro sostenuta non trovi un’adeguata offerta disponibile di lavoratori. Un evento che si manifesta ormai con una certa frequenza in tutti i mercati del lavoro dei Paesi sviluppati, soprattutto per la carenza di competenze adeguate. E che si presenta come una criticità strutturale nel mercato del lavoro italiano, dove la difficile reperibilità dei profili richiesti dalle imprese riguarda un terzo delle potenziali assunzioni.

Tra disoccupati, persone disponibili a lavorare a determinate condizioni, o scoraggiate a cercare lavoro, le persone in età di lavoro che non vengono utilizzate hanno superato la cifra record dei 6 milioni (erano 5,2 milioni prima della crisi Covid, e 5,5 milioni dopo la lunga crisi conclusasi nel 2014).

All’interno di questo bacino, quello più preoccupante riguarda il fenomeno dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training). Secondo una recente rilevazione dell’Eurostat, che aggiorna l’analisi al 2020, in Italia il numero di questi giovani ha superato i 2,1 milioni, il 23,1% della popolazione di riferimento (+2,2% rispetto al 2019), confermando il ruolo di fanalino di coda tra i Paesi aderenti all’Ue, con uno scostamento superiore al 10,7% rispetto al dato medio europeo.

Un numero impressionante, equivalente a 5 anni delle potenziali quote d’ingresso di giovani nel mercato del lavoro, e con effetti destinati a pesare nel tempo sulle scelte di vita degli interessati in termini di autostima, autonomia, formazione delle nuove famiglie, natalità.

Un fenomeno per certi aspetti inspiegabile se teniamo conto che, a partire dalla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, il numero di questi potenziali nuovi ingressi si mantiene stabilmente al di sotto delle uscite per pensionamento dei lavoratori anziani. Significativo il fatto che il numero dei giovani Neet si mantenga elevato, il 17,6%, anche valutando la platea dei giovani tra i 20 e i 34 anni di età.

La spiegazione del dato italiano è solo in parte giustificata dalla carenza di opportunità di lavoro nei territori del Mezzogiorno (il 52% del totale nazionale dei giovani Neet, con incidenza superiore al 30% dei giovani residenti in Campania, Calabria e Sicilia). Secondo le indagini Eurostat la probabilità di diventare un giovane Neet aumenta del 33% in relazione alla condizione della residenza, del 60% per le giovani donne, del 70% per gli stranieri, e di ben tre volte se in possesso di un basso livello di istruzione.

Nella platea dei Neet ritroviamo una quota significativa, circa il 30%, di giovani, in particolare donne, che dichiarano di non cercare lavoro per motivi familiari o che allungano i tempi per completare percorsi di studio; persone con elevata qualificazione in attesa di trovare proposte di lavoro corrispondenti alle proprie aspettative; disoccupati o scoraggiati con percorsi formativi limitati che non intendono cercare un lavoro distante dalla propria residenza; giovani semplicemente disimpegnati e che non avvertono la necessità di cercare lavoro.

Le spiegazioni di questi fenomeni, di conseguenza, possono essere molto articolate. Il sociologo Luca Ricolfi in un saggio del 2019 (“La società signorile di massa”), ne offre due particolarmente convincenti: la crescita dei percorsi di scolarizzazione che ha aumentato le aspettative dei giovani non supportate dalla qualità effettiva di questi percorsi rispetto ai fabbisogni del mercato del lavoro; l’aumento del valore del patrimonio delle famiglie che consente ai giovani disoccupati e inattivi di poter usufruire di standard di vita e di consumo elevati senza contribuire al reddito familiare. Tesi convincenti, confortate dai numeri: una caduta della propensione a svolgere lavori esecutivi e manuali disagiati che non ha paragoni nel contesto europeo, compensata dall’aumento del numero degli immigrati quintuplicato nel corso degli anni 2000. Ma sono valutazioni considerate politicamente scorrette da buona dei politici e commentatori delle vicende del nostro Paese.

In parallelo alla sottovalutazione delle componenti educative e valoriali, le pratiche politiche in voga hanno cercato di rimediare il problema con supplementi di incentivi finanziari per le assunzioni, che hanno generato effetti positivi solo per la durata degli stessi senza incidere sulle tendenze di fondo, e con un supplemento di sussidi al reddito che ha contribuito a scoraggiare ulteriormente la ricerca di un lavoro regolare.

Nel 2013, a fronte dell’aumento vertiginoso del numero dei Neet, e su esplicita richiesta dell’Italia, è stato varato un rilevante intervento europeo, denominato Piano Garanzia Giovani, del valore di 6,5 miliardi di euro (con il nostro Paese nel ruolo di primo beneficiario con 1,5 miliardi), per sostenere le politiche nazionali finalizzate a ridurre il tasso di disoccupazione giovanile. Il programma, tuttora in corso, ha coinvolto circa 1,5 milioni di giovani, tra i quali 1,2 presi in carico dai servizi per l’impiego pubblici e privati, 650 mila avviati in percorsi di tirocinio e apprendistato presso le imprese, o in percorsi formativi, con un risultato finale di 344 mila assunzioni, ivi comprese quelle avvenute per ricerca spontanea degli interessati.

Garanzia Giovani rimane, senza alcun dubbio, il più importante programma di politica attiva del lavoro promosso in Italia (quello successivo, riservato ai beneficiari del Reddito di cittadinanza, è talmente strampalato da non meritare questa definizione). Tra il 2015 e il 2019, il numero dei giovani Neet si è ridotto di circa 400 mila unità. Anche se non è azzardato affermare che con tutta probabilità buona parte della riduzione si sarebbe affermata in via spontanea per effetto della concomitante crescita economica.

Il problema adesso ce lo ritroviamo per intero, e a cifre record, con il concorso della crisi Covid, eppure le lezioni del passato non vengono nemmeno prese in considerazione. Le proposte messe in campo rimangono sempre le stesse: più sussidi alle persone e più incentivi per le assunzioni da parte delle imprese. Con l’immancabile contorno della richiesta di aumentare le nuove quote di ingresso per gli immigrati per far fronte alle manifeste carenze di manodopera in edilizia, in agricoltura, nei servizi turistici e nella ristorazione, nella logistica e quant’altro. Questi mestieri non vengono nemmeno considerati come lavori, che devono essere devono essere svolti con dignità, giustificando il rifiuto a esercitarli, nonostante siano svolti abitualmente anche da molti altri concittadini, tra i quali una parte significativa di giovani.

Come affrontare la questione dei giovani Neet, e rimettere in attività risorse preziose per le nostre comunità, e non solo per lo specifico del mercato del lavoro, rappresenta una sorta di cartina tornasole per la credibilità delle politiche del lavoro che dovranno essere messe in campo nei prossimi mesi. È un percorso complicato, che richiederà soluzioni diverse, a partire dalla necessità di ricostruire i percorsi educativi e formativi integrandoli con quelli lavorativi, dall’esigenza di rivalutare il ruolo e le remunerazioni dei lavori esecutivi, di incentivare la crescita del numero dei giovani imprenditori, di mobilitare le organizzazioni del Terzo settore per favorire la diffusione di programmi di Servizio civile, rivolti a recuperare i giovani disoccupati di lunga durata. L’impiego delle risorse del Pnnr nella direzione di rendere digitale ed ecosostenibile la nostra economia è un’ottima occasione da cogliere per ridimensionare il problema.

Anche ammettendo che la deriva italiana sia legata alle responsabilità delle generazioni che li hanno preceduti, i nostri giovani non hanno bisogno di sussidi e di politiche pelose che giustificano i comportamenti non adeguati o che addirittura li incentivano a perseverare, ma di essere adeguatamente stimolati a concorrere attivamente a costruire il loro futuro.

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