CONSIGLI NON RICHIESTI/ Lavoro, le soft skills per non perdere la sfida dell’automazione

La velocità dei cambiamenti nel mondo del lavoro sta rendendo sempre più importante, per imprese e lavoratori, l’investimento nelle soft skills. LUCA BRAMBILLA

10.12.2017 - Luca Brambilla
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Potrebbe sembrare strano che proprio nel periodo in cui si diffonde la cosiddetta “rivoluzione digitale”, le soft skills stiano acquisendo sempre più importanza. La motivazione presumo risieda nella constatazione che la velocità dei cambiamenti nel mondo del lavoro sta rendendo insufficiente il solo presidio della conoscenza di una tecnologia o di un singolo processo, mentre rende indispensabile il mantenimento di uno sguardo deciso, aperto all’apprendimento di nuove nozioni e disponibile al cambiamento che il mercato impone. In questo processo le soft skills, che potremmo anche definire attitudini comportamentali, diventano fondamentali, e risultano essere uno degli elementi più importanti per passare la selezione del personale e per fare carriera velocemente nel mondo del lavoro.

Chi scrive è un docente di comunicazione non verbale e soft skills modellate dalle neuroscienze in diversi master universitari, tra i quali quelli della Business School del Sole 24 Ore. Trascorro molto tempo a insegnare metodi di comunicazione efficace e problem solving. Vorrei quindi riportare alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza di docenza in aula e nelle aziende, che spero possano risultare utili per aprire una discussione sull’importanza di un investimento, da parte delle società e dei singoli professionisti, sulle  soft skills.

Come primo punto vorrei estirpare il classico pregiudizio per il quale le soft skills debbano essere trattate solo in sede di colloquio di lavoro e per il quale siano identificate come capacità innate. In realtà, è vero il contrario: sono delle forme mentis, quindi possono essere apprese. Inoltre, è ormai tempo che di soft skills parlino non solo i membri delle risorse umane: anche  le prime linee di ogni società dovrebbero mettersi nell’ottica di affrontare un lavoro serio e costante nel tempo, per valutare le proprie capacità di leadership, di problem solving, di capacità di ascolto e per imparare a entrare in reale empatia con i propri riporti. Le soft skills non devono essere più argomenti per gli “addetti ai lavori” degli HR, ma un terreno su cui ognuno deve lavorare per un miglioramento continuo.

La formazione appropriata delle prime linee comporterà naturalmente un “effetto cascata” per cui le buone abitudini saranno trasmesse per osmosi anche ai rispettivi collaboratori. Recentemente ho sentito dire a un imprenditore molto in gamba: “Per formare tutta l’azienda mi sono concentrato sui miei due primi riporti”. È da scartare, invece, il tentativo di iniziare con la formazione delle persone alla base della piramide aziendale, perché costerebbe eccessivamente, in termini di tempo e di investimento economico, e il risultato non sarebbe garantito.

Investire sulle soft skills comporta, in aggiunta, il vantaggio di risparmiare tempo, e quindi denaro, in un estenuante lavoro “motivazionale” delle persone. Infatti, avere alle proprie dipendenze dei lavoratori che sono stati formati ad avere come reazione personale quella di “aggredire” i problemi e di sentirsi responsabili del proprio team, fa risparmiare l’immensa fatica di un costante monitoraggio, il quale, a sua volta, genera spesso un ambiente di lavoro stressante nel quale non si favorisce una comunicazione efficace e un libero scambio di pensieri e di nuove idee.

Di conseguenza, la società che investirà sulle soft skills avrà un team capace di reagire con prontezza alle molteplici sfide del mondo del lavoro e, poiché in grado di reagire prontamente di fronte agli ostacoli, saprà conquistare le opportunità migliori. Pur essendo quest’ultimo già un ottimo traguardo, ritengo che il vero valore aggiunto dell’acquisire buone abitudini comportamentali non si limiti a quanto detto precedentemente. Il valore nascosto delle soft skills  consiste nel loro utilizzo trasversale: vengono utilizzate prima in campo professionale per poi servirsene anche nella sfera personale, semplificando la vita e quindi aumentandone la qualità stessa. Quando un lavoratore, che sia un top manager o un semplice addetto vendite, arriverà a comprendere che ciò che ha imparato sul lavoro gli è altrettanto utile per godersi il tempo speso fuori dall’azienda, sarà veramente soddisfatto, perché non starà lavorando solo per uno stipendio, ma anche per se stesso. E questa scoperta genera una motivazione più seria e duratura nel tempo rispetto a qualunque benefit economico gli venga concesso.

Ci si potrebbe chiedere: cosa fare se una persona lavora in una società in cui non c’è un imprenditore lungimirante da fare un certo tipo di investimento in soft skills? La riposta è semplice: non trovare scuse e investire da soli sulla propria formazione. Questo risulterà essere il migliore investimento lavorativo. In un mondo del lavoro sempre più incerto, in cui il famoso posto fisso diventa sempre più un miraggio, investire su di sé è un’ottima strategia perché le abitudini comportamentali sono l’unica cosa che ci si porta dietro quando si cambia lavoro. Suggerisco quindi di iniziare il prima possibile a investire in corsi personali e anche in lettura di libri, nella partecipazione a incontri e a tutto ciò che può fornire una crescita di capacità di giudizio.

Si potrebbe aggiungere molto altro sia sulle diverse tipologie di soft skills, sia come le faccio apprendere nei corsi, ma per ora è più opportuno forse fermarsi qui e ribadire il concetto che con le nuove tecnologie serviranno “nuove menti” per usarle e una delle vie per costruirle è quella di padroneggiare le soft skills.

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