LEONARDO, FINCANTIERI/ E l’idea di Renzi per svenderle

- Paolo Annoni

Matteo Renzi, nell’intervista pubblicata ieri a Repubblica, ritiene necessaria una fusione tra Leonardo e Fincantieri

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Varo di una nave alla Fincantieri di Castellammare (Lapresse)

Nell’intervista fatta da Repubblica a Renzi, mentre si discute di massimi sistemi su come battere il “populismo cattivo”, di programmi di “politica alta”, c’è spazio anche per un passaggio particolarissimo sul non senso con cui si continua a tenere divise due aziende come Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri. Sono due aziende quotate con un loro management e strategie; potremmo e forse dovremmo scandalizzarci per la nonchalance con cui la “politica” spinge due aziende a un’operazione straordinaria che le cambierebbe per sempre con gli investitori che lo vengono a sapere dall’intervista a un politico evidentemente fondamentale per la sopravvivenza dell’attuale Governo.

Sottolineiamo che Leonardo e Fincantieri sono al cuore del sistema Paese e del sistema industriale italiano; la loro valenza tecnologica e soprattutto strategica, anche per la “geopolitica”, è senza prezzo. È la carne viva del sistema Paese italiano o di quello che ne rimane e sono seconde solo a Eni, anch’essa nominata nell’intervista di ieri.

Stona che in un passaggio politico di questo tipo, che si suppone strategico, si passi immediatamente a parlare di aziende quotate e di operazioni straordinarie. Come se questo fosse il contenuto del passaggio comunicato ieri. Stupisce perché il consenso sull’assurdità industriale e quindi finanziaria dell’operazione è molto ampio. Non si capisce quale sia il senso di mettere assieme un’azienda che fa principalmente navi da crociera con una che fa principalmente aerei da guerra e in generale lavora nella difesa. E infatti incroci di questo tipo in aziende quotate non abbondano affatto e dove ci sono pesano sull’andamento del titolo in un mondo dove vanno di moda le aziende semplici da capire. Tutte cose che esperti e investitori sanno benissimo.

Il confine tra la creazione di un campione nazionale e quello di un carrozzone statale spesso è labile e per creare il primo occorre creare condizioni particolari. Alitalia, senza alcuna flessibilità sulle rotte con il Nordamerica, forse non sarà mai un campione nazionale neanche con miliardi di aumenti di capitale, neanche con il migliore degli amministratori delegati. Il rischio vero, come accaduto tante volte in Italia, è che il carrozzone statale, messo nelle condizioni di non essere altro che quello, diventi la preda facilissima e a prezzo scontatissimo di chi invece ha le idee giuste. E con il carrozzone tutte le enormi competenze che in Leonardo e Fincantieri abbondano.

Riformare le popolari probabilmente era giusto e doveroso, ma farlo come è stato fatto non è stato particolarmente lungimirante. Non ci risulta di nessun Paese europeo che abbia deciso di mettere sul mercato un terzo del suo sistema bancario senza un minimo di strategia di “sistema”. Basta osservare la cura con cui i bravissimi tedeschi trattano il loro sistema bancario che pure, ci pare, ha qualche magagna. Certo, sulle popolari italiane chi ha saputo “leggere” adeguatamente le evoluzioni politiche ha fatto una montagna di soldi, ma altri risultati tangibili non sembrano essere arrivati; in compenso oggi sono “contendibili” a prezzi di saldo.

Nell’intervista di ieri, che segna un passaggio politico alto, si nominano: Enel, Eni, Leonardo, Fincantieri e in almeno un caso si fa “tifo da stadio” per una particolarissima operazione straordinaria di cui non si capisce il senso industriale e che verrà probabilmente penalizzata dagli investitori. Questo a sei mesi da nomine chiave. Ci viene il dubbio che le partecipate statali e il loro destino siano in qualche modo al centro del contenuto delle ultime evoluzioni politiche. E sinceramente, visti i precedenti, non c’è da stare tranquillissimi. Il mitico patto franco-italiano di cui molti hanno parlato non ha dato grandissimi soddisfazioni al di qua delle Alpi e sotto il mito dei “campioni europei” spesso si nasconde l’enorme appetito che i nostri cugini europei, in particolare francesi, hanno sulle nostre aziende con il loro corollario di rapporti geopolitici. Lo scenario è sempre quello di un’unione monetaria che rende semplicissimi i ricatti via spread.

Vorremmo tanto sbagliarci, ma il filotto con cui le aziende quotate italiane sono finite in un discorso di questo tipo, con una stonatura evidente, ci rende quantomeno perplessi.

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