LETTERA/ Un ultimo pranzo fuori, per difendersi dalla seconda ondata di tristezza

- Graziella Sidoli

Scattano le ordinanze di chiusura e lockdown, Bologna dà addio alla libertà con una grande festa di pura gioia per la vita

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Coronavirus a Venezia (LaPresse)

Sabato di novembre 2020. Bologna: si pranza fuori per l’ultima volta fino a dicembre. Così decreta l’ennesimo decreto. La città esplode e tutti sembrano essere fuori, per pranzi con amici e famiglia, e magari dopo anche per un prosecco nel tardo pomeriggio, prima della precedentemente decretata chiusura delle 18. Si respira voglia di stare in mezzo a tanta gente, come a Capodanno, quando si celebra la fine di qualcosa conosciuto e l’inizio di qualcosa incerto. Forse qualcuno si è anche commosso, pur sapendo che questa folla sarebbe poi stata criticata, dai giornali e dagli integralisti della mascherina e dell’isolamento, per aver causato smoderati assembramenti e dimostrato una irresponsabile allegria.

Non avrebbero detto “allegria”, i giornali, forse perché per loro si sarebbe trattato di una ulteriore irresponsabile stupidità e plurale egoismo, e causa di quei numeri del contagio fantasmagorico e fantomatico, ma purtroppo vero. Questa spontanea manifestazione di gioiosa libertà di uscire e stare assieme non era programmata altro che negli spiriti ribelli, perché l’aria aperta delle strade urbane e delle colline – anche loro strapiene – è più allettante, più entusiasmante. Perché anche se la nebbia era così densa da sembrare pioggia sul lastricato di Via Indipendenza, volevano sentirsi un poco felici e fare ancora festa per affrontare la desolazione che sarebbe tornata a regnare per le vie del centro storico – da evitare, come è stato raccomandato.

Qualche lacrima, in Via Oberdan, qualcuno l’ha versata per solidarietà verso chi non si arrende al terrore e brinda magari dicendo: A la vida! Oggi siamo tutti bolognesi, avrebbero potuto gridare, facendo eco a momenti passati drammatici come quando si disse Siamo tutti americani, nel non lontano attacco dell’11 settembre, e poi ora da poco: Je suis Paris, dopo la decapitazione al professore. Nessuno si aspettava che la regione Emilia-Romagna diventasse arancione, ma c’è chi già ripete: fra poco saremo in zona rossa… ciò che sorprende è che questi fatalisti, e gli apocalittici che pensano che questa sia una giusta punizione – come disse il commesso di un centro commerciale, aggiungendo che abbiamo vissuto troppo bene pensando solo al dio denaro – non si rendano conto del male che fanno ai cuori così tanto fragilizzati in questo tempo del Coronavirus. Cuori che continuano a battere, e battersi perché sono ancora predisposti a credere nel futuro e nella nostra capacità di uscire anche da questa ennesima tragedia umana.

Ma perché allora in tanti sono usciti sabato, per negazionismo o disubbidienza, o forse piuttosto per farne un inno alla vita? E magari per difendersi contro la seconda ondata di tristezza che non poteva non governare i giorni, le settimane e forse anche i mesi davanti a tutti.

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