LETTURE/ Quell’ “assembramento” di parole che viene da lontano

- Moreno Morani

La parola assembramento, che ricorre spesso nelle cronache, ha valenza negativa. I suoi collegamenti semantici hanno alle spalle una storia millenaria

Gilet arancioni Roma lapresse 2020
La marcia dei Gilet arancioni a Roma (LaPresse)

La parola assembramento ricorre spesso nelle cronache: gli assembramenti non dovrebbero essere permessi, secondo la normativa ora in vigore, ma ogni tanto le cronache ci parlano di assembramenti spontanei creatisi per ragioni serie o futili.

La parola ha una risonanza essenzialmente negativa ed evoca uno scenario di persone che si aggregano per ragioni non sempre legittime: lo notava già il vocabolario di Tommaseo-Bellini (1861), che definisce assembramento come “il radunarsi di gente all’aperto, che sia vietato dall’autorità, o sospetto ad essa, anco senza armi, ma per resistere o mostrare dissenso”. Cogliamo facilmente il legame di assembramento con sembrare, da cui deriva. Ma i due termini sembrano avere significati lontanissimi. Come giustificare il legame?

Occorre rifarsi all’origine latina della parola. In latino abbiamo l’aggettivo similis “simile” e collegato con questo l’avverbio simul: quest’ultimo ha finito per assumere un significato molto specifico: “insieme” in un luogo e anche nel tempo (“nello stesso momento”). Mentre similis è sopravvissuto nell’italiano simile, l’avverbio simul, isolato, non è stato continuato nelle lingue romanze se non nella locuzione in-simul da cui l’italiano insieme (giunto attraverso il francese ensemble). Entrambi i termini si ritrovano in formazioni dotte come similare, similitudine (similis) e simultaneo, (simul).

Fino a questo punto la vicenda è abbastanza lineare. La difficoltà si incontra nei derivati delle due parole, perché in essi i due significati antichi si incrociano in modo disordinato. Dall’aggettivo deriva il verbo similare, divenuto poi simulare, che significa in latino “imitare, cercare di riprodurre”, assumendo però ben presto un valore negativo: “fingere, far credere qualcosa”. Il verbo italiano simulare (ripreso dal latino), con le voci connesse, quali simulazionesimulacro e simili, si rifà soprattutto a questo valore negativo.

Ma ci sono anche voci che si pongono in continuità diretta con la parola latina. Da simulare abbiamo nel latino tardo semlare e poi semblare (per rendere meno difficoltosa la pronuncia): da qui in italiano si diramano, per ragioni di differente evoluzione fonetica, tre tipi fondamentali, che riecheggiano la varietà di valori già considerata: sembiare, rimasto solamente in derivazioni letterarie come sembianzasembiante; poi semblare, i cui derivati si sono specializzati nel valore di “unione, connessione” (simul), come assemblare, assemblaggio, assemblea; e infine il più diffuso sembrare, che rispetto a simulare ha un uso più largo e vario: non più fare credere con sotterfugio, ma semplicemente dare o percepire un’impressione nata da una somiglianza (Fiorentino mi sembri veramente in Dante), fino a permettere espressioni come mi sembra giustomi sembra che questo sia sbagliato e via dicendo.

Rispetto a sembrare, che conserva l’idea di similisassembramento conserva piuttosto l’idea di simul, indicando il convergere di persone nello stesso luogo. La confusione è stata favorita anche dall’incertezza della fonetica: in luogo di assembramento troviamo in testi antichi anche assemblamento, forma più prossima ad assemblare “radunare, mettere insieme” (per esempio, il Re … fece assemblare tutto ’l popolo in un testo del XIV secolo).

Oltre a simulare nel latino parlato esisteva anche similiare: e a questo risale l’italiano somigliare coi vari termini derivati, quali somigliantesomiglianza e via dicendo.

Possiamo procedere ancora più indietro nel tempo mettendo a confronto le voci latine con voci di altre lingue indoeuropee. Si risale a una radice la cui forma primitiva è *sem– con una infinità di derivazioni in molte lingue. Anche qui i valori oscillano: troviamo il valore di “simile, uguale” (nel greco homós “uguale” e hómoios “simile”: lo ritroviamo il primo in omo-logo, il secondo in omeo-patia) e quello di “insieme” (greco háma e sanscrito sam “insieme”) che si estende fino al valore di “uno” (nel greco hén, nell’armeno mi, e anche in latino abbiamo semel “una sola volta”), con l’ulteriore complicazione del passaggio al valore di “uno qualunque, qualcuno” come troviamo in alcune lingue germaniche (antico inglese sum, da cui il moderno some).

Non entriamo in altri particolari, perché si tratterebbe di materia complicata: ci limitiamo a osservare che certi collegamenti semantici che troviamo nella nostra lingua hanno alle spalle una storia millenaria.

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