LETTURE ROCK/ De Marchi: la chitarra a dieci corde, elogio della lentezza 2.0

- Paolo Romano

La chitarra decacorde è una tipologia di chitarra a dieci corde invece delle sei canoniche: in un libro, tutti i segreti di questo strumento

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Leonardo De Marchi

“La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta. / In ogni caso / molti anelli non tengono./La storia non contiene il prima e il dopo,/ nulla che in lei borbotti lento fuoco./ La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure da chi l’ignora./ La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco al poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario.” La lunga citazione da Montale è probabilmente il miglior viatico per introdurre a un libro curioso e intelligente, probabilmente il migliore in tema musicale dell’anno agli sgoccioli. L’ha scritto Leonardo De Marchi per Blonk, nella deliziosa collana riservata ai musicisti che “scrivono” e curata da Igor Poletti, e si chiama “E se sei corde vi sembran poche”. 

Ora, trattandosi almeno parzialmente di una biografia, si direbbe che 32 anni, pure per un musicista talentuoso, siano un po’ pochi per raccontarsi, se non fosse per il fatto che ci si trova di fronte ad un fenomeno straordinario, nel senso letterale di “fuori da un canone”. E infatti Leonardo De Marchi si concentra a raccontare di sé, ma solo come demiurgo di una sfida per molti versi impossibile ed eroica, almeno per chi conosca la fatica del costruirsi giorno dopo giorno musicista. Inquieto e curioso, ha deciso di dedicarsi alla chitarra a dieci corde, sei – lo dice nel titolo – gli devono esser sembrate pochine, uno strumento con un repertorio a tutt’oggi in progress, senza corsi accademici espressamente dedicati e con maestri del genere tanto grandi quanto rari. Il libro diventa, allora, la storia di un’ossessione e di un’ambizione insieme, sgrommate le ali da un certo sentore di muffa delle accademie e dei concorsi (se poi i Conservatori volessero prender atto che sempre di più i loro migliori sono gli stessi che li contestano, farebbero buon servigio alla musica), l’autore porta il lettore, passo dopo passo, dentro la propria formazione e la propria visione musicale.

Lo fa, certo, come didatta/divulgatore e infatti le pagine sono ricche di ascolti guidati a brani per il curioso decacordofono, ma lo fa anche – e in quel caso la lettura diventa puro divertimento – con il piglio di un ragazzo entusiasta, sprofondato nel suo tempo iperconnesso, ma anche concentrato a creare nuovi linguaggi; perché alla fine il pregio migliore di ogni contemporaneità colta, predicata dai neòteroi, è quella di far evolvere saperi e grammatiche, perché la comunicazione possa allargarsi a nuove forme di pensiero, poco importa che si tratti di biologia, genetica o musica.

Questo essere dell’autore eccentrico e insieme centripeto al proprio tempo esce fuori da ogni racconto: “quelle che propongo”, scrive, “sono tutte strade di una lentezza inattuale, che richiedono tempo e pazienza. A me piace pensare che sia incredibilmente bello coltivare domande che daranno origine a nuove riposte”. Ecco, la lentezza come strategia per il progresso è una ricetta talmente demodé da risultare a contrario deliziosamente convincente. Non ci sono scorciatoie in quella che è la costruzione dell’interprete.

Il libro finisce così per avere due grandi meriti: per gli appassionati di musica e di chitarre diventa un vademecum utile dentro un labirinto diversamente ostico, con una letteratura spiccatamente contemporanea, costruita su un robusto astrattismo; per chi non è sentimentalmente legato alle vicende di pentagramma, invece, diventa un piccolo saggio sul metodo, sulla capacità di organizzare e valutare le proprie risorse, valutare e pesare quelle che possono essere messe in gioco, mai trascurando i propri limiti e solo allora perseguire un obiettivo, ciò che ci possa rendere migliori, per il poco che è qui concesso.







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