LETTURE/ Rosetta e Giovanni Gheddo, semplicità e santità da Vercelli al fronte russo

- Silvana Rapposelli

Di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, diventati “servi di Dio” nel 2006, è in corso la causa di beatificazione. Vissero la fede nel quotidiano fino in fondo

Piazza San Pietro in Vaticano
Piazza San Pietro in Vaticano (LaPresse)

Perché i coniugi Gheddo, genitori di Piero (1929-2017), sacerdote missionario del Pime di Milano, sono stati già dichiarati “servi di Dio”? e perché ci si aspetta che vengano proclamati santi, e tali erano considerati in vita da quanti li conoscevano e li frequentavano? Il figlio ha detto che sono stati sposi del tutto normali, hanno condotto un’esistenza senza nulla di straordinario.

La loro esemplarità sta nel fatto che giudicavano tutte le vicende della vita alla luce della fede, vivendo una santità nel quotidiano. Ciò che sicuramente ha facilitato il loro cammino è la provenienza di entrambi da famiglie profondamente religiose, in una realtà di piccoli paesi in cui la fede vissuta era un comune sentire e si trasmetteva naturalmente.

Rosetta Franzi, nata nel 1902 a Crova (Vercelli), diplomatasi maestra, cominciò subito a collaborare con l’asilo del paese e si prodigava gratuitamente ad insegnare a leggere e scrivere a piccoli e grandi. Si dedicò all’insegnamento del catechismo e partecipava attivamente alle varie iniziative della parrocchia. La giovane ebbe modo di farsi conoscere per le sue indubbie qualità naturali, era intelligente, cordiale e gentile, ma anche per la grande fede che la animava, non ostentata ma vissuta con semplicità e umiltà, fede che informava tutto il suo modo di vivere.

“Per chiedere bisogna dare” ripeteva spesso, sottolineando così l’importanza del sacrificio (dare) e il valore della preghiera (chiedere) che secondo lei sarebbe stata sempre esaudita.

Rosetta sposò Giovanni nel giugno 1928. Al momento del matrimonio, i due giovani pregarono per avere molti figli (dodici!) e perché almeno uno di loro diventasse sacerdote o suora. Di comune accordo, gli sposi avevano deciso di consacrare a Dio la loro prima notte di nozze, che in effetti trascorsero in camere separate presso il santuario mariano di Oropa. L’intesa tra i coniugi era perfetta. Entrambi accoglienti e generosi verso il prossimo, specie se bisognoso, vivevano la carità come dono di sé e condivisione. Erano “i santi della porta accanto” e vicini, parenti, paesani, raccontano tantissimi episodi che lo testimoniano.

Il matrimonio era destinato a durare solo sei anni, nel corso dei quali nacquero tre figli: Piero, Francesco e Mario. Rosetta, in attesa di due gemelli, morì di parto prematuro e di polmonite nel 1934, non avendo ancora compiuto 32 anni. Mentre soffriva indicibilmente si preoccupava di rasserenare i suoi familiari, dicendo loro: “Io vado in paradiso”.

Giovanni, diplomatosi geometra nel 1918, esercitò la sua professione a Tronzano, ma fu attivo anche in altri campi. Nel 1925 fu tra i fondatori della sezione locale del Partito Popolare, poi venne eletto segretario e l’anno dopo anche cassiere del Distretto irriguo di Tronzano, il cui scopo era regolamentare la distribuzione delle acque nelle risaie. Era inoltre segretario dell’Asilo infantile e della Casa dei vecchi, nonché presidente dei giovani di Azione Cattolica. Tutti questi incarichi lo rendevano un personaggio pubblico, tuttavia non intaccarono mai la sua modestia, in quanto per lui gli impegni della vita non erano che occasioni per la costruzione del bene comune.

I figli ricordano la curiosità intellettuale del loro papà: si rammaricava di non sapere il latino, era cultore di studi matematici, tanto che dal fronte russo chiese a casa che gli mandassero dei manuali, la sua biblioteca era affollata di libri religiosi.

Il figlio Piero ricorda come il papà spesso trovava il tempo di unirsi ai giochi dei suoi bambini, perché era “semplice, era rimasto un sognatore, un ragazzo come noi”. Raccontava loro le storie dei libri che leggeva, si interessava dei loro problemi e difficoltà, di come avevano passato la giornata, se avevano pregato, chi avevano incontrato, come andava la scuola…

La sua avversione al fascismo era nota: non volle iscriversi al partito e si rifiutava di partecipare ai frequenti cortei che inneggiavano alla grandezza dell’Italia. Ciò può aver meritato come “punizione” il richiamo alle armi, per lui che era vedovo con tre figli minorenni, e per di più con riconosciuti problemi di salute. Nominato tenente, poi capitano, fu destinato al fronte russo e dovette partire il 10 luglio 1942.

La sua divisione, posizionata sul lato destro del fiume Don, fino all’ultimo non percepì l’imminente tragedia, che sopravvenne il 15 dicembre, quando i sovietici attaccarono con forze enormemente superiori, sfondarono il fronte obbligando le forze dell’Asse ad una ritirata precipitosa e disastrosa. Il capitano decise di restare a vegliare i soldati feriti più gravi, intrasportabili, e si offrì di sostituire il soldato Mino Pretti, che tornato in Italia si recò dai Gheddo a ringraziare perché Giovanni gli aveva salvato la vita. Il capitano molto probabilmente fu catturato dai russi e ucciso quella notte stessa o morì assiderato insieme agli intrasportabili. La sua decisione personale e libera, simile a quella di Padre Massimiliano Kolbe, lo ha portato a quello che viene definito un martirio di carità.

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