L’IMPREVISTO/ La ferita di quei genitori in cerca di figli che sembrano perduti

- Silvio Cattarina

"I più poveri a questo mondo sono i genitori. Perché non sanno più come parlare ai figli, aiutarli, fermarli, indirizzarli". Serve loro un'amicizia

green pass minorenni (LaPresse)

I più poveri sono i genitori! Davvero, ormai tutti lo vedono, l’hanno capito: i più poveri a questo mondo sono i genitori (e anche i maestri, gli insegnanti, i professori…). Perché non sanno più cosa fare, come stare, come dire, parlare ai figli, affrontarli, tenerli, aiutarli, soccorrerli, fermarli, indirizzarli, dire ciò che è bene e ciò che è male, perché vale la pena alzarsi al mattino, studiare, lavorare, avere la ragazza, metter su famiglia, cosa è la vita, la morte, la felicità, il dolore.

Quanto mi colpiscono i genitori, quanti vengono nei nostri centri de “L’Imprevisto” a parlare, a raccontare, a chiedere consiglio, colmi di impaccio, di vergogna, di parole lasciate a metà, pesanti, delicate e straziate. Che volti scavati e infossati, che sguardi feriti e gementi che s’avanzano per campi di battaglia ignoti e inesplicabili. Increduli per le vicende gravi e gravissime commesse dai figli.

Sì, quanto mi colpiscono i genitori: per il disorientamento, la confusione, lo sconvolgimento da cui sono attanagliati. Non sanno dove guardare, come spiegare gli accadimenti, come, quando, a chi chiedere aiuto, come fossero prigionieri di un maleficio, di una immutabilità perniciosa. Quanta paura nascondono, non vogliono far trapelare.

Descrivono giorni, notti, settimane, mesi e anni passati ad inseguire figli continuamente in fuga da sé stessi, dalle loro case, dagli affetti, dalla vita. Che eroismo, che dignità manifestano, pur in fondo all’abisso in cui sono caduti o sono stati cacciati. Piangono. Che bisogno di essere, di ergersi, di alzare lo sguardo! Di condividere, di urlare. Di trovare pace, per uscire da una solitudine straziante e mortifera. Che vertigine si vede nei passi perduti che descrivono! Che senso di distruzione, ma anche che supplica innalzano! Che preghiera!

Più di tutto, le mamme. Dai loro visi, dai loro occhi, perennemente lucidi, vedi, comprendi che hanno sacrificato l’intera loro esistenza per il figlio, dentro un’infinita paziente impotenza.

Allora io, durante e dopo il colloquio, mi metto in silenzio, mi chiedo di stare in silenzio per sentire vibrare, esplodere dentro me tutta l’attesa dei “miei” genitori… e mi chiedo, sempre più insistentemente: chi sazierà la fame di giustizia, di vicinanza, di aiuto, di sollecitudine che si dibatte nei loro cuori? Cuori che sapevano di essere fatti da un’infinita promessa, per cose grandi, per portare frutti speciali e buoni e che invece la vita ha colpito con amarissimi avvenimenti.

Chi potrà lenire questo vasto dolore e curare queste inspiegabili misteriose ferite? Dolore e ferite che – lo sentono bene, ne sono coscienti – non sono solo loro, ma del mondo intero.

Si vede chiaramente, lo si intuisce palpabilmente che tutti questi genitori desiderano una vita-vita, un’esperienza bella (soprattutto insieme ai figli), un’umanità piena che risponda e realizzi quell’antica promessa che è sempre stata impiantata nei loro cuori. Aspettano qualcosa, che non è solo il benessere del figlio. Aspettano, chiedono, invocano  che la struggente nostalgia che li avvolge possa esprimersi in un grido che s’innalzi… che tutto il desiderio, tutto il dolore che hanno in petto possa essere dato, affidato. Che abbiano a sentirsi guardati, trasportati da un abbraccio che sollevi il mondo intero! Che l’indicibile vissuto dei loro figli possa essere ascoltato e considerato, possa incontrare un amore gratuito e incondizionato. Che sorga e sgorghi nell’intimo del loro essere un impeto: di poter servire, essere utili al mondo. Servire qualcosa di più grande anche del figlio stesso. Quanto è grande e bella la sovrabbondante inesauribile fame di vita che esplode nell’intimo di una donna e di un uomo che aprono le braccia e alzano il capo!

Così, il pesante e spesso insopportabile angoscioso fardello di dolore esistenziale, psicologico e relazionale che portano può trovare un porto, cioè una compassione, un’amicizia.

È la maestà della vita. La sacralità della vita che emerge, che fiotta prepotente, l’indistruttibile sacralità della persona che sempre, inesorabilmente emerge, facendo scoppiettare continuamente sprazzi, bagliori di luce.

Così alfine io mi dico: ah, se riuscissimo veramente a comprendere, ad affrontare, a rispondere di più, sempre più, a questa immensa condizione di povertà e a questo infinito desiderio di rinascita, di vita? Ad aiutare i genitori ad avere, acquisire, imparare un cuore nuovo, una capacità nuova, una forza nuova verso i figli, verso la vita tutta. Uno slancio vitale, commovente.

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