MADE IN ITALY/ Attilio Fontana: l’italian sounding vale 60 miliardi e va combattuto

- Manuela Falchero

L’appello del presidente della Regione Lombardia a sostegno della filiera agroalimentare capace di reagire alla crisi e spingere le esportazioni

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Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana (LaPresse)

“L’italian sounding crea alla nostra filiera produttiva un danno da 60 miliardi di euro ogni anno e il suo superamento determinerebbe 300 mila posti di lavoro in più. È una truffa legalizzata. La battaglia contro questo fenomeno portata avanti a Bruxelles non è però ancora riuscita a generare per i nostri prodotti di eccellenza quelle tutele di cui necessitano. Mi auguro quindi che il Governo, oggi presieduto da una persona di grande autorevolezza a livello europeo come Mario Draghi, possa intervenire”.

Così il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, intervenuto durante la presentazione del Food Forum 2021 promosso da The European House – Ambrosetti -, ha lanciato il suo forte appello a favore della produzione agroalimentare italiana, scagliandosi contro l’italian sounding, espressione inglese con cui si identificano la promozione e la commercializzazione di prodotti che si presentano come italiani, ma che in realtà con il Bel Paese non hanno nulla a che fare.

Il Covid non piega gli alimentari

La presa di posizione del numero uno di palazzo Lombardia arriva in una fase delicata per il settore agroalimentare, come confermano i primi dati contenuti nel Rapporto The European House – Ambrosetti che sarà presentato proprio durante la quinta edizione del Forum in programma a Bormio i prossimi 4 e 5 giugno. Nel 2020 la food industry – dicono le anticipazioni del documento – ha generato un valore aggiunto pari a 64,1 miliardi di euro, di cui 31,2 miliardi sviluppati dal settore Food&Beverage, in leggero calo dell’1,8% rispetto al 2019, e 32,9 miliardi provenienti dal comparto agricolo. Un andamento che ha accusato gli effetti della pandemia, ma che ha pur sempre registrato una performance generale migliore rispetto al dato di contrazione avvertito sul Pil nazionale (-8,9%). Il Covid non è insomma riuscito a piegare l’alimentare. E i numeri lo confermano. “L’Italia è il 2° Paese in Europa per incidenza del settore agroalimentare sul Pil (3,8%), preceduto solo dalla Spagna (4,0%) – afferma Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti -. Vanta un valore più alto di quello che si registra in Francia (3,0%) e Germania (2,1%). Il settore agroalimentare si conferma al 1° posto tra le ‘4A’ del Made in Italy: vale 1,9 volte l’automazione, 2,8 volte l’arredamento e 3,2 volte l’abbigliamento. E vale 3 volte il settore automotive di Francia e Spagna, più del doppio della somma dell’aerospazio di Francia, Germania e Regno Unito. Non solo. Il Food&Beverage si è dimostrato il più resiliente alla crisi Covid-19 tra tutti i comparti della manifattura italiana, con una riduzione del valore aggiunto pari a -1,8% nel 2020, rispetto al -8,9% del totale dell’economia italiana”.

È boom per le esportazioni

E le note positive non si esauriscono qui. Segnali incoraggianti arrivano infatti anche dall’export. The European House – Ambrosetti stima che, nonostante le oggettive difficoltà legate allo spostamento delle merci da un Paese all’altro e alle restrizioni che hanno penalizzato molti canali di vendita, le esportazioni dei prodotti agroalimentari italiani abbiano segnato lo scorso anno una crescita dell’1,8%, raggiungendo un valore record di 46,1 miliardi di euro. L’export insomma regge e cresce, ma – avverte l’analisi di The European House – Ambrosetti – occorre comunque recuperare terreno rispetto ai principali concorrenti europei dell’Italia. Paesi che esportano più dell’Italia, come Germania (75,2 mld), Francia (62,5 mld) e Spagna (54,8 mld). Un gap che il Bel Paese – sostiene sempre The European House – Ambrosetti – potrebbe colmare cercando ulteriori spazi in mercati in crescita, in primis quello cinese che non rientra ancora nei primi dieci bacini di approdo delle merci italiane.

E proprio questa sarà una sfida da affrontare nel 2021, insieme a quella lanciata dai possibili e indesiderati effetti della Brexit che potrebbero pesare quest’anno sull’export nostrano. Un timore da non sottovalutare – rileva The European House – Ambrosetti -, visto che il Regno Unito pesa per il 12% sull’intero fatturato proveniente dai prodotti agroalimentari italiani commercializzati al di fuori dei confini nazionali.

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