MICHELE SINDONA/ Chi era il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli

- Dario D'Angelo

Michele Sindona, chi era il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato ucciso a Milano l’11 luglio del 1979.

Giorgio Ambrosoli
Fabrizio Ferracana interpreta Michele Sindona nella fiction Giorgio Ambrosoli

A 40 anni dalla morte di Giorgio Ambrosoli la Rai dedica una docu-fiction all’avvocato ucciso a colpi di pistola sotto la sua casa di Milano la notte dell’11 luglio 1979. Il racconto della sua storia non può prescindere purtroppo dalla descrizione della figura di Michele Sindona, l’uomo che venne identificato come il mandante dell’omicidio Ambrosoli. I destini dei due si intrecciano nel 1974, quando l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, assegna ad Ambrosoli l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, una banca che Sindona aveva quasi portato al fallimento. Non era la prima volta che questo accadeva. Dopo essersi laureato in Giurisprudenza e aver aperto a Milano uno studio di consulenza legale e fiscale, Sindona ottenne nel giro di pochissimo tempo un numero molto alto di clienti, molti dei quali parecchio influenti. Come riportato da “Il Post”, la sua specializzazione era la pianificazione fiscale, il suo campo d’azione più importante i paradisi fiscali. Mediante delle operazioni bancarie molto spregiudicate, Sindona mise insieme molti soldi, in Italia e negli Usa. Nel 1961 acquistò la sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria. Dopo pochi anni l’Interpol statunitense iniziò ad indagare su di lui per rapporti con la mafia, segnalandolo peraltro al governo italiano, che però non ravvisò alcuna irregolarità.

MICHELE SINDONA, PERCHE’ VOLEVA MORTO GIORGIO AMBROSOLI

L’ascesa di Sindona lo portò nel 1972 all’acquisto di una delle maggiori 20 banche americane, la Franklin National Bank di Long Island. Sindona venne definito da Giulio Andreotti “il salvatore della lira”, ma pochi mesi dopo, nell’aprile del 1974, la banca fallì registrando una perdita del 98% dei profitti. La vicenda venne definita “crack Sindona”, visto che il banchiere perse molti dei suoi investimenti e fu dichiarato insolvente. Si arriva dunque a Giorgio Ambrosoli, l’avvocato milanese incaricato di eseguire verifiche sulla situazione economica della Banca Privata Italiana. Ambrosoli si rese conto immediatamente che i conti presentavano gravi irregolarità e che i libri contabili erano stati palesemente falsati. Nelle sue società finanziarie, infatti, Sindona aveva infatti gli investimenti del mafioso americano John Gambino: la strategia di boss come Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola, era quella di investire il loro denaro illecito in società finanziarie così da ripulirlo. Ambrosoli, come ricorda Il Post, iniziò a ricevere pressioni di diverso tipo affinché evitasse l’incriminazione di Sindona e il suo arresto. Se Sindona fosse stato considerato in buona fede, infatti, le perdite dei correntisti sarebbero state coperte dallo Stato. Ignorando anche le minacce di morte, alla fine del suo lavoro Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e l’attribuzione di responsabilità allo stesso Sindona.

MICHELE SINDONA: LA MORTE IN CARCERE PER AVVELENAMENTO

Giorgio Ambrosoli avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale per confermare la sua analisi dei conti della Banca Privata Italiana il 12 luglio 1979. La sera prima venne ucciso sotto casa dal mafioso italo-americano William Aricò, che gli indirizzò quattro colpi di pistola dopo averlo fatto scendere dalla macchina con una scusa. Dalle indagini emerse che il mandante dell’omicidio era proprio Michele Sindona, anche se il banchiere siciliano si dichiarò sempre innocente. Messo sotto indagine anche dalle autorità americane, Sindona arrivò ad inscenare un sequestro e a farsi sparare ad una gamba per rendere la storia più credibile. La messinscena non gli evitò, nel 1980, l’arresto negli Stati Uniti con l’accusa di frode, spergiuro e appropriazione indebita. Il governo italiano chiese allora la sua estradizione per poterlo processare per l’omicidio Ambrosoli e il 18 marzo 1986 venne condannato all’ergastolo. Fece solo due giorni di carcere: entrato nel penitenziario di Voghera, morì per avvelenamento da cianuro di potassio messo in un caffè. Giorgio Bocca, in un lungo articolo pubblicato su Repubblica nel 1999, sottolineò come il secondino che gli aveva portato il caffè non venne indagato: “Era arrivato pochi giorni prima da un istituto di pena siciliano. I potenti si sono tolti dai piedi un testimone pericoloso uno che avrebbe potuto raccontare molte cose sul loro conto”. Il Post, evidenzia però come il cianuro di potassio emetta un odore particolarmente forte, impossibile da non percepire. Per questo motivo la sua morte venne catalogata come un suicidio: una delle ipotesi è che Sindona avesse “tentato di auto-avvelenarsi per essere nuovamente estradato negli Stati Uniti (con cui l’Italia aveva un accordo di custodia legato alla sua incolumità) ma avesse sbagliato le dosi”.



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