FOCUS/ 1. Petteni (Cisl): dalla Milano delle fabbriche a quella degli uffici, come cambia il lavoro?

Nell’intervista a GIGI PETTENI i cambiamenti del mondo del lavoro nel capoluogo lombardo

24.11.2010 - int. Gigi Petteni
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Il Pgt rivoluzionerà la città

«Ogni mattina, guardando fuori dalla finestra del mio ufficio, che si trova al confine tra Milano e Sesto San Giovanni, ho davanti agli occhi quella che era la città delle grandi aziende manifatturiere e che oggi è la città degli uffici, dei servizi e del terziario». Gigi Petteni, segretario lombardo della Cisl, inizia così la sua riflessione con IlSussidiario.net  sulla trasformazione del lavoro a Milano. «In una città che ha subito una trasformazione di questo tipo il lavoro è caratterizzato da ritmi meno organizzati e programmati ed è sempre sulla frontiera tra flessibilità e precariato. Su di esso abbiamo costruito alcune tutele, anche se si dimostrano ancora insufficienti».

Ma per quale motivo oggi il manifatturiero non fa più parte del tessuto economico della città? «I motivi sono molteplici e vanno anche al di là del caso milanese. Ha inciso molto, comunque, la mancanza di politiche di sostegno, di incentivo e il fascino che altre opportunità iniziavano a offrire. Semplificando, potremmo parlare anche di quel “desiderio di un lavoro in camicia e non più in tuta”, nel senso che ciò che era un’opportunità era vissuto solo come un limite. Alla luce di tutto ciò che è avvenuto, non si può evitare di notare qualche errore di prospettiva: non è un caso se le economie che hanno tutelato questo mondo sono quelle che poi hanno reagito meglio alla crisi. A questo punto, comunque, dobbiamo partire da ciò che abbiamo davanti». 

Qual è allora lo stato dell’arte? «Il “disegno” di tutta la regione è ormai chiaro, tant’è che il Piano Regionale di Sviluppo parla di “quattro lombardie”: c’è Milano, centro dei servizi e del terziario, c’è l’“area pedemontana” costituita dal manifatturiero e dalle piccole imprese, poi la zona di Lodi e Pavia dedicata alla agricoltura e alla logistica e, infine, l’area montana. La sfida che oggi ci troviamo davanti è quella di integrare questi sistemi».

Il fatto che oggi non si riesca più a formare i giovani ad alcuni mestieri, anche se molto richiesti, è il segno di un errore che stiamo commettendo di nuovo? «Sì, anche se secondo me si iniziano a vedere, purtroppo, i frutti di ciò che è accaduto negli ultimi anni: abbiamo eliminato alcune dimensioni importanti dalla vita, tra cui il lavoro». Cosa intende dire? «È stata svalutata un’idea di impresa e un’idea di lavoro. Una dimensione importante, anche se certo non totale della vita, è stata messa ai margini. Non a caso di lavoro non si è più scritto, non si è più cantato… Di conseguenza c’è molta difficoltà nella scelta degli orientamenti, ma anche nello stimolare il desiderio d’intrapresa. Questo è evidente, anche perché la distinzione tra lavoro manuale e lavoro non manuale oggi non è poi così abissale. Il lavoro “pratico” è ormai necessariamente “di qualità” e ha bisogno di un continuo perfezionamento».

Ma come si recupera questa dimensione? «Accompagnando una certa idea di lavoro che tenga presente le opportunità della realtà. In ogni caso, uno degli effetti positivi della crisi è stato quello di aver riproposto a tutti alcune domande fondamentali». Ma Milano sa ancora fare rete, soprattutto tra mondo della formazione e mondo del lavoro? «Guardi, per fortuna non tutto è andato disperso, anche perché altrimenti non avremmo retto a tutte queste trasformazioni. Detto questo, oggi tutti dicono “facciamo rete”, ma dimenticano che occorre individuare le priorità strategiche, fare delle scelte in base alle prospettive e alle idee di futuro che si hanno. Poi bisogna rinforzare il collegamento tra i centri dell’eccellenza, della cultura, del lavoro e dell’economia, sperando in un salto di qualità di un mondo finanziario che sia meno autoreferenziale e più disponibile a entrare come elemento di sistema».

Da ultimo una domanda su Expo 2015: sarà un’opportunità anche per il mondo del lavoro? «Assolutamente sì. È la prima sfida da vincere che abbiamo in agenda. Per farlo bisognerebbe iniziare a entrare nel concreto, lasciando da parte le diatribe. È un’opportunità non solo per attrarre persone e risorse, ma anche per mettere in relazione il nostro sistema a un contesto globale, in un momento in cui tutti gli elementi del sistema stanno ripensando la propria strategia. La sfida è notevole, ma per vincerla forse servirebbe un po’ di entusiasmo in più».

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