MONTE ROSA, ALPINISTE MORTE ASSIDERATE/ Può il desiderio privare del bene più grande?

- Federico Pichetto

Martina Svilpo (28 anni) e Paola Viscardi (29) sono state investite da una bufera in alta montagna, a 4mila metri sul Monte Rosa, e non ce l’hanno fatta

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La Piramide Vincent vista dalla Punta Parrot (Fot da Wikipedia; kubajzz)

Se c’è una cosa che ci può insegnare l’ennesima tragedia della montagna che ieri ha colpito tre amici sul versante valdostano del Monte Rosa, due donne poco meno che trentenni di base in Svizzera e un ragazzo loro coetaneo di Novara, è che le passioni, e i desideri, non ci tengono al sicuro. Impegnati a scalare la Piramide Vincent, quattromila metri di quota, i tre sono stati sorpresi da un peggioramento delle condizioni atmosferiche certamente atteso, ma non previsto in quelle proporzioni.

L’allarme è scattato immediatamente: il gruppo ha contattato subito i soccorsi, ma la bufera ha impedito agli elicotteri di raggiungerli. Il processo di assideramento ha fatto il resto e le due donne, Paola e Martina, non hanno retto, lasciando vita e cuore tra le amate montagne.

Tutto quello che ci porta oltre noi, ad uscire da noi, custodisce in sé una irriducibile nostalgia di infinito. Il fascino per una vetta, per una scalata, per una montagna desiderata e attesa, non è altro che l’eco di un bene che ci è stato dato e incastonato nel cuore. In questi lunghi mesi di lockdown le due donne hanno testimoniato sui social questo loro tormentato desiderio, raccontandolo come un seme di vita insperato che si erano ritrovate addosso. Eppure, come tutti i desideri, non basta desiderare per fare una strada. Il desiderio non ha bisogno solo di professionalità e competenza, cosa che il gruppo ha mantenuto fino all’ultimo, ma di disponibilità ad essere fermato, reindirizzato, convertito. Quel bollettino che indicava brutto tempo era un richiamo potente ad una passione che non basta per vivere, perché le passioni non ti proteggono, ma hanno bisogno della nostra capacità di fermarci per nutrirci sul serio.

La vita, con le sue promesse e le sue proposte, chiede a tutti di imparare delle forme che la proteggano e la mettano al riparo. L’anno della pandemia ci ha insegnato molto sulla fragilità, facendoci toccare con mano come tutto quello che apparentemente è buono nasconda insidie e incognite che non possiamo gestire da soli. Non c’è io senza desiderio, ma non c’è desiderio senza una forma che lo custodisca e questa forma è la fraternità fra noi, la comunione che ci porta a fidarci degli altri e delle loro opere, fossero anche delle banali previsioni del tempo.

Paola e Martina, discepole della Bellezza, hanno giocato la vita per un’intuizione. E adesso ci chiedono di non sprecare il loro amore al Bello imparando a fare quell’ultimo pezzo che protegge ogni nostro desiderio. Quella capacità di fermarci e di metterci in discussione che trasforma ogni impeto in strada, ogni strada in un pezzo di maturità guadagnato a beneficio nostro. E di coloro che amiamo.

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