MOZART/ “Idomeneo, Re di Creta” all’Opera di Roma

- Giuseppe Pennisi

L’8 novembre il Teatro dell’Opera di Roma ha presentato la produzione di Idomeneo, Re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart, frutto della collaborazione tra quattro teatri

Idomeneo Yasuko Kageyama
Foto di Yasuko Kageyama

L’8 novembre il Teatro dell’Opera di Roma ha presentato la produzione di Idomeneo, Re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart, frutto della collaborazione tra quattro teatri: oltre alla fondazione lirica romana, il Real di Madrid (dove si è già visto con grande successo), l’Opera Reale di Copenhagen e la Canadian Opera Company di Toronto. La ‘prima’ romana era molto attesa perché la parte drammaturgica dello spettacolo è firmata da Robert Carsen e dal suo consueto creative team (Luis Cavalho per scene e costumi, Peter Van Praet per le luci, Will Duke per i video), molto applauditi pochi mesi fa per la loro produzione di Orfeo ed Euridice di Gluck.

Delle due versioni dell’opera di Mozart, si segue fondamentalmente quella che debuttò al Teatro di Corte (oggi Teatro Cuvillés) di Monaco di Baviera il 29 gennaio 1781 non quella che debuttò pochi mesi dopo a Vienna. Tuttavia, il ruolo di Idamante è affidato ad un tenore lirico (Joel Prieto) non ad un castrato come a Monaco (allora il famosissimo e capricciosissimo Vincenzo Del Prato) o ad un mezzo soprano o a un soprano (come spesso si fa in produzioni moderne) e i ballabili sono integrati all’azione scenica. Vorrei sottolineare che edizioni filologiche di quella che debuttò a Monaco nel 1781 sono molto rare date le limitate dimensioni del barocco Teatro di Corte che comportarono un ristretto organico orchestrale, un coro striminzito e ballabili affidati a pochi ballerini: ne ricordo una a Washington negli Anni Settanta nell’ambito di un festival mozartiano.

In questa recensione, prendo avvio dalla parte musicale, e specialmente dall’orchestrazione, perché Idomeneo, praticamente dimenticata dato che nell’Ottocento era stata rappresentata poche volte solo in Germania ed Austria, in traduzione tedesca e severamente interpolata, è stata riscoperta da Richard Strauss nel 1931 in occasione dei 150 anni dal debutto. Strauss (il quale ne curò anche una trascrizione) sottolineò come, dalla maestosa e drammatica ouverture in re maggiore al sì minore finale si è alle prese con l’orchestrazione più sontuosa e più smagliante delle opere di Mozart. Ne era consapevole lo stesso compositore, come rivelato da una lettera della sua vedova. E’ un’opera seria che, pur rispettando i canoni del genere, guarda all’avvenire, come dimostrato, ad esempio, dalla forza drammatica dei recitativi, quasi sempre accompagnati.

E’, quindi, un’opera per grandi bacchette e grandi orchestre, prima che per grandi messe in scena. In questi ultimi decenni, ho avuto la fortuna di ascoltarla diretta da Peter Maag e Chung Myung-whun a Roma (Teatro dell’Opera ed Accademia di Santa Cecilia), Daniel Harding (Aix-en-Provence), Jeffrey Tate (La Fenice) ed altri maestri di reputazione internazionale. In un ristorantino di Aix, prima dello spettacolo, Harding mi suggerì di ascoltare ad occhi chiusi: l’allestimento tradiva l’orchestra. A Roma, il successo di questa produzione si deve a Michele Mariotti ed all’orchestra più che al team creativo. Avevo già ascoltato Mariotti dirigere Idomeneo a Bologna nove anni fa, ma uscivano sonorità differenti non solo perché l’orchestra era diversa da quella romana ma anche perché Mariotti ha scavato più che allora negli intrecci mirabili tra archi e fiati e nel contrappuntismo quasi nascosto nella partitura. La sicurezza in cui vengono spiegati i timbri orchestrali, i passaggi da tonalità maggiori a minori, l’enfasi sulle parole e sugli intervalli melodici, il valore posto sui recitativi espressivi (non solo sui ‘numeri’) mostrano che Mariotti e l’orchestra sono stati i veri protagonisti della serata. Mi auguro che venga invitato di nuovo a Roma. E spesso.

Veniamo alle voci. Idomeneo è Charles Workman che avevo ascoltato in questo ruolo circa quindici anni fa quando venne riaperto il Teatro delle Muse di Ancona e che per anni è stato visto ed ascoltato al Rossini Opera Festival di Pesaro. Il baritenore dell’Arkansas a quasi 55 anni ha ancora la vocalità di quando era un trentenne e la sua caratura mozartiana non è stata inficiata dal fatto che negli ultimi anni abbia cantato Berg, Korngold ed Adès. Il tenore lirico spagnolo Joel Prieto (Idamante), lanciato dal Premio Operalia 2008, ha risposto bene alla sfida: è un mozartiano di razza e di agilità, con grande cura nei bemolle e nella dizione. Il ruolo ha, naturalmente, maggiore coloratura se interpretato da un controtenore o da un mezzo o da un soprano. Rosa Feola (Ilia) sfoggia una grande agilità, ma soprattutto un bel timbro e molta melodia: Ilia è forse il personaggio che più si distanzia dalla tradizione dell’opera seria e va verso la tragédie lyrique. Miah Persson è un Elettra, invece, da opera seria, specialmente nel recitativo ed aria in do minore, altamente drammatico, D’Oreste, d’Ajace.

I quattro protagonisti sono perfetti nel quartetto Andrò ramingo solo sviluppato molto bene anche scenicamente. Purtroppo il pubblico romano della prima rappresentazione, pur pronto a spellarsi le mani ad ogni vocalizzo, è rimasto quasi indifferente a questo momento di rara intensità drammatica ed anche di rara bellezza. Buoni i personaggi minori: Alessandro Luciano (Arbace), Oliver Johnston (Gran Sacerdote) e Andrii Ganchuck (una voce). Bravo, come sempre, il coro guidato da Roberto Gabbiani; ovviamente numeroso mentre a Monaco nel 1781 sarà stato composto da non più di otto elementi.

La messa in scena attualizza la vicenda ai giorni nostri: guerra in Medio Oriente, rifugiati e migranti, tempeste (anzi tsumani) di mare, città bombardate. Carsen ed i suoi colleghi sono ottimi professionisti e sanno fare muovere i cantanti e le masse. C’è tutto, e di più, per piacere al pubblico (che l’8 novembre pareva entusiasta). E’ un po’ pensata – direbbero i francesi – pour épater les bourgeois. Mancano o non appaiono due aspetti essenziali: a) il rapporto tra uomo e Dio; e b) il rapporto tra padre e figlio.

L’autore del libretto, il buon Giambattista Varesco, cappellano di Corte a Salisburgo, era un bravo cattolico tradizionalista di provincia, mentre Wolfgang Amadeus, in quel di Monaco, era un cattolicissimo illuminista che stava entrando in una di quelle logge cattolico-massoni così ben descritte da Lidia Bramani nel suo libro del 2005. Ciò spiega la serena tolleranza che permea i personaggi di Ilia e Idamante ed il contrasto con i tormentati Idomeneo ed Elettra.

Il rapporto tra padre e figlio viene letto da Carsen come un banale scontro generazionale (come d’altronde ha fatto Peter Sellars nella produzione presentata questa estate a Salisburgo). Basta leggere l’epistolario tra Wolfgang Amadeus (a Monaco) e suo padre Leopold (a Salisburgo dove, tra l’altro, intermediava con Varesco) per accorgersi che era un misto di affettuosa complicità e tensioni. Come tra i due protagonisti dell’opera. Lo dice più eloquentemente la musica dell’azione in palcoscenico.

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