OPERA/ Boito e Visconti nel “Senso” di Marco Tutino scritta per il 150° dell’Unità

- Giuseppe Pennisi

GIUSEPPE PENNISI commenta l’opera risorgimentale “Senso” di Marco Tutino, andata in scena al Teatro Massimo di Palermo per il 150° dell’unità d’Italia

senso_operaR400 Una scena dell'opera "Senso"

In Italia, l’opera lirica ha avuto nell’Ottocento un ruolo analogo a quello che in Francia, Gran Bretagna e Germania ha avuto il romanzo;  ha portato il vento nuovo con cui il romanticismo ha soppiantato il neo-classicismo. In Italia e in Germania, in aggiunta, è stata uno dei grimaldelli culturali del movimento di unità nazionale.

Nei palchi, nelle platee e nei loggioni si plasmava la coscienza nazionale che ha portato all’unità dei due Paesi. Mentre le stagioni liriche di questo anno di Grazia 2011 (150simo anniversario dell’unità d’Italia) propongono titoli come “La Battaglia di Legnano” e “Nabucco” (inevitabilmente associati al Risorgimento, solamente due fondazioni hanno commissionato lavori ad hoc: il Teatro Massimo di Palermo – in co-produzione con il Teatro Nazionale di Varsavia – e il Teatro Comunale di Bologna – in co-produzione con il Teatro Luciano Pavarotti di Modena).  Molto poco se si pensa che il piccolo Stato d’Israele ha commissionato un vero e proprio gran opéra per celebrare i 60 anni dalla propria creazione.

Tuttavia, si tratta pur sempre dell’accenno di una svolta perché si tratta di due lavori che appartengono alla “nuova” opera nata negli Stati Uniti – che oltreoceano riempie i teatri: nonostante la crisi economica, 12 prime mondiali la scorsa stagione in teatri americani, tutti di privati. Le sue caratteristiche sono di rivolgersi al grande pubblico con argomenti noti e scritture orchestrale moderne ma lontane dall’avanguardia destinata all’élite.

Delle due opere commissionate per il 150nario dell’unità d’Italia, una – “Senso” di Marco Tutino – è appena andata in scena al Teatro Massimo di Palermo. La seconda – “Risorgimento” di Lorenzo Ferrero – si vedrà a Modena e Bologna tra la fine di marzo e l’inizio di aprile.

Per “Senso”, Marco Tutino e l’autore del libretto, Giuseppe Di Leva, si sono ispirati alla omonima novella di Camillo Boito, uscita nel 1883 e resa celebre dalla splendida trasposizione cinematografica di Luchino Visconti nel 1954: l’opera si svolge nei primi anni di vita dello Stato unitario italiano ed è intrisa di profondi dissidi, fra amore, interessi e tradimenti

L’opera si dipana infatti su due livelli narrativi: il primo, collettivo, è il panorama storico risorgimentale, il secondo è una vicenda passionale individuale. In primo piano la figura di Livia, io narrante e soggetto di un amore cinico e morboso che nel libretto di Giuseppe Di Leva, frequente collaboratore di Tutino, si intrecciano vicendevolmente.

L’allestimento è una gioia per gli occhi. Hugo De Ana, che firma regia, scene e costumi, ha immaginato un sontuoso apparato scenico, basato su un caleidoscopio di riflessi che propongono un Risorgimento non didascalico ma immaginifico, in cui non mancano i riferimenti alla cinematografia di Visconti.

Anche la musica di Marco Tutino vuole creare delle immagini. È su due piani: da un lato, il modo diatonico della borghesia e aristocrazia veneta durante la guerra del 1866 – un mondo pieno di sussulti unitari, ma anche di incertezze.

Da un altro, il modo cromatico e morboso di Livia e del suo amante austriaco. Il declamato si scoglie in ariosi e concertati (grandioso quello del quadro relativo alla Battaglia di Custoza). Il successo è stato tale (specialmente allo spettacolo per i giovani del 29 gennaio) che l’opera verrà ripresa (oltre che a Varsavia) a Bologna ed a Trieste, e forse a Los Angeles o a San Francisco.

“Risorgimento” è un atto unico che prende spunto da una nota di cronaca del tempo, i macchinisti della Scala che fermarono il lavoro emozionati dal coro del Va’ pensiero, Ferrero traduce l’aneddoto in metafora.

«Visto che Risorgimento e melodramma vanno di concerto, la mia opera è ambientata in un teatro, la Scala, durante le prove di quel primo Nabucco, nel febbraio del 1842 – spiega Lorenzo Ferrero, già autore di opere "civili" come Salvatore Giuliano, Carlotta Corday, La conquista -».

«Verdi a quel tempo era ancora un compositore poco noto, quella sua opera, la terza scritta da lui, divise gli interpreti. A Giovannina Bellinzaghi, che cantava Fenena, non piaceva affatto e prevedeva un tonfo colossale. Entusiasta invece Giuseppina Strepponi, ai tempi amante dell’impresario Merelli, ma da lì a breve compagna e poi moglie di Verdi. Preoccupato per la censura che poteva prendersela con il celebre Coro, è Merelli. Patriota sì, ma moderato, attento anzitutto ai cordoni della borsa. Fervente seguace delle idee repubblicane di Mazzini è invece il Maestro Sostituto, mentre Luigi Barbiano di Belgiojoso, nobile milanese che prese parte anche alle 5 Giornate, sostiene un’Italia unita sì, ma sotto l’egida dei Savoia…».

Diversi punti di vista, speranze diverse per un Paese nuovo, ancora da venire. «Il Risorgimento colto nel suo momento più bello, quando era un sogno e tutto doveva ancora accadere». Opera da vedere.





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