RITRATTI/ Jordi Savall: “Tornare a un vero umanesimo con le emozioni al centro”

Ha compiuto 70 anni lo scorso primo agosto. Jordi Savallè uno dei massimi suonatori di violoncello, gambista e direttore d’orchestra. L’intervista di ENRICO RAGGI

01.09.2011 - Enrico Raggi
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Jordi Savall

Settant’anni suonati (in agosto). Rock star della viola da gamba e asceta dell’archetto barocco. Impossibile incasellarlo. In perpetuo movimento. Onnivoro, insaziabile, eclettico. Inesausto esploratore delle tradizioni popolari e della storia: viola celtica, balletti del Re Sole, repertorio strumentale della Dinastia Borgia, canti della Sibilla, meticciamento musicale latino-americano cinquecentesco. In bilico fra Est e Ovest, sospeso tra danze profane e melodie devote. In un suono coglie moti interiori. Con uno sguardo entra nelle cose. Dalla storia della musica approda alla sensibilità, all’intelletto, cogliendo la più profonda essenza delle passioni. In Savall vibrano la millenaria storia sefardita, l’epopea catalana, la diaspora dell’esule ebreo, il senso del viaggio del marinaio mediterraneo, spavalderia pagana e cristiana offerta di sé. Insomma, il numero uno della musica antica. “La musica antica non esiste – corregge al volo – Amleto è antico o parla la lingua di oggi? La musica vive nell’istante in cui la suoni. Accade sempre ora”.
 
Come si possono rendere attuali musiche vecchie di secoli?
 
Empatia. Il resto è una chimera. Le nostre orecchie, le nostre voci, il nostro animo, sono cambiati. Le otto del mattino non sono la stessa cosa in estate o in inverno. Un secolo di microfoni ha modificato per sempre la nostra capacità di ascolto, il senso del volume sonoro. La stessa cosa vale per l’illuminazione. Concetti come forza e pudore hanno connotati totalmente diversi rispetto al passato.
 
Quale significato dare alla sigla SDG (Soli Deo Gloria)?Riusciremo mai a capire la visione del mondo di Marais? Esistono ancora peculiarità musicali nazionali, oppure la globalizzazione ha livellato tutto?
 
Bisogna rimanere legati alla propria storia, cultura, individualità, origini. In futuro potrà sopravvivere solo chi conserverà la propria identità. Chi non riuscirà a essere se stesso, scomparirà sommerso in un mare di anonimato. Mi sembra che negli ultimi decenni le orchestre suonino tutte allo stesso modo, lo stesso repertorio, con gli stessi direttori. Serve tornare a un vero umanesimo: rimettere le emozioni al centro.
 

Cosa è cambiato nel suo fare musica rispetto al passato?

Sono cresciuto in esperienza, conoscenze, espressività, ma soprattutto in libertà. Libertà creativa, artistica, di scelta, di giudizio. So distinguere ciò che è essenziale e ciò che invece è superfluo (in un testo musicale e nella vita). L’ignoranza è la grande nemica della libertà. Senza conoscenza non puoi decidere. Un popolo senza memoria non ha futuro. Non si è mai arrivati. Occorre dedicarsi con più passione al proprio lavoro, stringere legami sempre più solidi con gli amici, attaccarsi con forza agli affetti che più ti sostengono.
 
Progetti futuri?

A breve uscirà un libro sul tema della pace e del dialogo interculturale. Fra qualche mese pubblicherò “La Sublima Porta”, un cd con testi e musiche della corte d’Istanbul in epoca ottomana. Alla fine dell’anno presenterò “Mare Nostrum”, una storia sonora del Mediterraneo. L’argomento è più che mai attuale. E’ stato la culla della civiltà. Spettatore di guerre, di scambi commerciali, di incontri fra uomini. Luogo di vita, insomma. Mi auguro che ritorni a essere il “nostro” mare. E’ un invito a riscoprire le radici comuni. Che torniamo a trattarci come fratelli.
 
 

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