RITRATTI/ Dal piano a rulli all’archicembalo, che fine fanno gli strumenti dimenticati?

Anche in musica agisce una spietata legge di natura. Strumenti che si estinguono quasi senza lasciar traccia, altri che periscono col mutare delle mode. Il racconto di ENRICO RAGGI

24.02.2012 - Enrico Raggi
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Gli strumenti musicali dimenticati (Infophoto)

Anche in musica agisce una spietata legge di natura. Strumenti che si estinguono quasi senza lasciar traccia; altri che periscono col mutare delle mode, o che sopravvivono solo nei documenti, nell’iconografia, in ricordi sempre più vaghi. Triste fila di candele spente, ombre evanescenti, spiriti buoni che inutilmente ci chiamano. C’è qualcuno che ancora desidera ascoltarci? Abbiamo riscaldato tanti cuori, i nostri suoni hanno ispirato e innamorato, fatto danzare, sognare, sospirare. Toglieteci dall’oblio, implorano.

La lista è lunga. Cornetti, dulciane, bombarde, cromorni e chalumeaux; lire, vielle, ghironde e baryton (Haydn compose 150 trii per questo bizzarro cordofono ad arco). Colpiti, affondati. Ensemble specializzati tentano di riesumarli con viva passione, ma il terreno sdrucciolevole (effimero) della fama ne impedisce l’emersione alla luce. Relitti abbandonati sulla spiaggia della storia. L’arpeggione di Schubert, chi l’ha (mai) visto? Conoscete il ranket (aerofono ad ancia doppia, a forma di narghilè squadrato, diffuso in Boemia e dintorni)? Benvenuti al Nord (Est).
Qualcuno per caso sa suonare l’orpheoreon (chitarroide dalla cassa sformata modello Panforte)? Mission Impossible. Uno studente di Conservatorio suda per dieci anni su Notturni di Chopin e Sonate di Beethoven, e poi decide di passare al piano a rulli? Si può fare. Ricordate saxhorn, serpentone, flageolet, archicembalo enarmonico? Ghost(s). Mozart scrisse alcune pagine incantevoli per glass harmonica (o, se preferite, cristallarmonio, bicchieri intonati da far risuonare attraverso lo sfregamento di polpastrelli inumiditi). Roba scaduta, che oggi solo pochi temerari eseguono (Gianfranco Grisi), raminghi con la loro valigia imbottita, colma di calici avvolti in carta di giornale: Morte di un commesso viaggiatore.

Liszt si era fatto costruire a Weimar una “chimera” che univa organo e pianoforte: scomparsa (Lost). Gli organetti Farfisa degli anni ’70 hanno invece confinato in sagrestia splendidi harmonium: Non aprite quella porta.
Menzione speciale meritano “i cari estinti” (gli strumenti defunti) del secolo scorso. Vicini al podio gli intonarumori di Russolo, sibilatori, ululatori, stropicciatori e altre consimili diavolerie. Terzo premio alle tastiere a tracolla. Avevano promesso sfracelli e luci della ribalta. Finite al museo, vicino al dodo. Secondo posto per le Onde Martenot, complicato elettrofono a oscillatori, elevato a breve gloria da Messiaen (“Turangalîla-Symphonie”): giacciono impolverate in soffitta.
Medaglia d’oro all’eterofono di Leon Theremin, l’unico strumento al mondo che si suona senza toccarlo, muovendo l’aria. Si cambia nota col gesto, avvicinando o allontanando le mani come un direttore sul podio. Solo che l’orchestra è una scatola di legno da cui escono due semplici antenne. Il suono – affascinante, sinistro e lamentoso – pare provenire direttamente dall’oltretomba.

In alcuni rare occasioni però, si smentisce il darwinismo organologico e s’impone un luminoso “disegno intelligente”. E’il caso del pianoforte a pedali, un gran coda a due piani, con doppia cordiera sovrapposta, da suonare con mani (sulla consueta tastiera) e piedi (una pedaliera a 37 tasti, con tanto di doppio scappamento e varietà timbrica). Pochissimi esemplari funzionanti al mondo, un’ampia letteratura, sia antica (Mozart, Schumann, Mendelssohn, Gounod, Alkan, Liszt) che nuova (Morricone, Nyman, Guillou, Borenstein, Carrara, Oppo). Lo costruisce a Lonigo (Vicenza) Luigi Borgato. Il pianista Roberto Prosseda ne è spericolato esecutore. Ha tenuto concerti in tutta Italia, suonerà in marzo a Berlino. “Le due tastiere interagiscono fra loro – spiega. La potenza dei bassi dialoga con il gioco delle mani in un fitto intreccio di piani sonori. La ricchezza musicale che ne scaturisce è davvero straordinaria. Ho dovuto inventarmi una tecnica per i pedali. Non il tacco-punta organistico, ma un vero tocco. Suono con scarpe speciali, morbide, un guanto a cinque dita, usando tutte le dita del piede, soprattutto l’alluce, facendo attenzione ai pesi, ai bilanciamenti del corpo, alla coordinazione dei movimenti. Credo di essere uno dei pochi pianisti a possedere un piano a pedali, e quindi posso esercitarmi quanto voglio. È davvero uno strumento magnifico”. Per una volta la selezione naturale ha fallito.

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