BERNARDINI SOSTIENE CHE…/ Muti, l’orchestra di Chicago e quello spread sinfonico che ci condanna

- Massimo Bernardini

MASSIMO BERNARDINI torna con la sua rubrica e quest’oggi ci parla della tournée italiana di Riccardo Muti con la Chicago Symphony Orchestra di cui è music director

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Riccardo Muti (Infophoto)

…certi avvenimenti meravigliosi finiscono per rigettarci nel baratro del nostro nulla. Riccardo Muti la settimana scorsa ha portato in Italia per quattro concerti la Chicago Symphony Orchestra, di cui è music director. Vabbè, una tournée è una tournée: debutto all’Opera di Roma (festeggiato almeno quanto Muti e l’Orchestra il presidente Napolitano, ultima spiaggia di un Paese nervoso e ormai sfiduciato), repliche nei luoghi italiani amati e ricambiati di uguale amore dal maestro – Napoli, Brescia, Ravenna – e apertura di serata col profondo omaggio per chi di Muti riconobbe per primo il talento: Nino Rota, con la Suite sinfonica dei brani per il Gattopardo di Visconti. Partiamo da lì e dal mio primo tweet:

Nino Rota finalmente suonato come un grande del ‘900 dalla Chicago nella Suite dal Gattopardo. Il suo tempo sta finalmente arrivando?

Facciamo un po’ i pedanti, per capirci. Chi è arrivato un po’ prima nella sala del Teatro dell’Opera, insolitamente, trovava i musicisti chicagoani tutti già seduti e intenti a scaldare lo strumento. I professori statunitensi sono in tour da febbraio, provenienti prima dalla California (con una locandina tutta diversa) poi dalla Russia, dove hanno portato lo stesso programma comprendente appunto Rota seguito da Tod und Verklärung opera 24 di Richard Strauss e dalla Sinfonia n.5 in re minore opera 47 di Dmitrij Shostakovich.

Eppure i professori, prime parti comprese, studiano in attesa dell’inizio del concerto: ripassano, riscaldano le dita, si concentrano. È un’etica diversa dai nostri pur dotati professori italioti, un’etica dell’eccellenza e della competizione. A quale scopo lo si capisce dopo, quando la musica attacca. Il suono è innanzitutto perfettamente compatto in tutte le sezioni, alcune assolutamente prime nel mondo (gli ottoni per esempio), altre come gli archi (violoncelli e contrabbassi in primis) semplicemente univoche, dall’identico respiro (lo si capisce bene col bis verdiano: Sinfonia da La Forza del destino).

Quando dico che le parole non si trovano è proprio che quel suono non richiama alla memoria nulla di italiano, al massimo i paragoni si giocano coi Wiener, i Berliner, l’Orchestra di San Pietroburgo. Quando chiacchieriamo di “eccellenza”, qui in Italia, parliamo di un lungo lavoro che trasformi il potenziale talento che pure c’è in tanti nostri giovani e vecchi musicisti in almeno un punto rispettabile di pulizia tecnica, intonazione e appiombo ritmico. Sono lampi in un contesto di sostanziale mediocrità: non ricordo un solo concerto sinfonico od operistico italiano in cui almeno un passaggio non sia stato vittima di errori.

Ecco, qui siamo in un altro mondo. Il mondo in cui finalmente si può parlare di interpretazione, in cui puoi davvero valutare se Rota fosse o no quel mirabile inventore di temi, dalla grazia quasi mozartiana, che il mondo gli ha sempre riconosciuto; se Muti potrebbe illuminare di nuova luce il grande repertorio operistico di Strauss (ah, cosa daremmo per ascoltare un Capriccio o un Rosenkavalier firmato dal nostro maestro!); se la patologica prolissità del Shostakovich sinfonico è arte o appunto estenuante lunghezza (io propendo per l’arte). Ecco, da noi non si arriva mai a poter davvero valutare tutto questo, da noi non è mai chiaro se quel passaggio di archi atonale è quello che voleva Strauss o l’intenzione maldestra di un comparto che ha provato poco e svogliatamente.

Invece ascoltare orchestre come la Chicago, dirette poi da un grande come Muti, potrebbe essere una rivelazione per ogni professore d’orchestra di casa nostra, uno stimolo a fare, a studiare, a cercare il meglio per sé e per il pubblico. Ma il fatto che a Roma palchi e platea fossero affollati soprattutto di stranieri, di un certo démi monde romano ministeriale e il loggione (luogo classico per lo spiantato studente di S. Cecilia) quasi del tutto vuoto, la dice lunga sulle occasioni ancora una volta perdute del nostro Paese.

Muti insiste: fa crescere l’Orchestra Cherubini e i suoi giovani, instilla loro un’altra etica della bellezza sperando che facciano da anticorpi nell’asfittico mondo musicale di casa nostra e infine porta fra noi esempi di una simile ineffabilità. E ripete i suoi accorati “j’accuse” contro le istituzioni e la politica nostrane, sempre più disinteressati all’unica internazionalmente riconosciuta risorsa italiana: la cultura.

Noi sembriamo sordi, sordi e ciechi. Trasciniamo enormi carrozzoni divisi fra localismo e modernismo senza qualità, senza mai crescere, senza mai affermare un punto di raggiunta maturità ed eccellenza da cui non si torni indietro. Paese confuso, Paese distratto, dove tutto potrebbe ricominciare dalla mossa di una ragazzo, in orchestra, che facesse suo l’esempio illuminante di uno dei tanti suoi colleghi ascoltati l’altra sera e che invece ricorda sempre più la profetica metafora di Fellini alla fine negli anni Settanta. Prova d’orchestra, chiamò appunto il maestro quel granguignolesco ritratto di disubbidienza e incoscienza che dava dell’Italia una compagine ormai stravolta e irrecuperabile.

Non ce li porti più simili esempi, maestro Muti, ci lasci nel limbo di una mediocrità che sempre perdoniamo, che sempre comprendiamo. Ci lasci la nostra scala di valori truccata, così da pensare che in fondo, alla fine, in qualche modo ce la caveremo. Oppure no?

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