YES/ L’esordio di Rita De Cillis, sognando Joan Baez e Joni Mitchell

- Alessandro Berni

Un lavoro musicale, quando bello e autentico, tende a innescare un gioco di similitudini con l’opera dello scultore. La recensione del disco di Rita De Cillis a cura di ALESSANDRO BERNI

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Il primo album di Rita De Cillis

Un lavoro musicale, quando bello e autentico, tende sempre a innescare un gioco di similitudini con l’opera dello scultore. Una materia utile, buona, solida come roccia e lo scalpello dell’artista che – formato alla scuola preziosa di autentici padri e custodi di un artigianato a misura d’uomo  – si muove, intaglia, modella e va a sua volta a comporre la propria personale e sofferta parabola di quella storia di bellezza che attraversa generazioni, respiri e passioni.

Questo è ciò che è dato cogliere nel disco d’esordio di Rita De Cillis, insegnante d’inglese, moglie, madre, cantante dalla espressività sottile e funzionale e – come autrice italiana – attenta scrutatrice di quel patrimonio popolare suscitato da una storia di movimenti e partenze verso nuovi mondi che hanno rappresentato un taglio profondo e trasversale assestato al cuore di due latitudini differenti e apparentemente inconciliabili. Quella d’immigrazione anglosassone, irlandese, scozzese e quella risultante del nuovo mondo identificabile con la vastità di quell’avventura nordamericana come espressione di popolo e desiderio. 

Ecco allora un lavoro che fa del tratto semplice, cristallino e vivido il suo volto identificativo e basilare con la provvidenziale collaborazione del fratello Giovanni De Cillis (anche lui cantautore dalla penna feconda) e di Stefano Rizza per le armonie vocali nonché sotto la guida di Walter Muto (chitarre, arrangiamenti musicali e vocali), vero e proprio guru e faro delle più svariate esperienze musicali a cavallo tra rock, folk e mondi contigui. 

È lui custode e cesellatore dello spirito e del corpo di un disco sgorgato da quel particolarissimo lessico solare di Rita contagioso per vitalità e invitante nella sua pura e innocente sete di una gioia antica e dimenticata.

La pragmatica “Contradiction”, i flussi sonori wild e river di “Yes”, la novella nostalgica di “Though I’m nothing” sono piccole, schiette e risolute passate di pennello su un canzoniere folk tradizionale che assembla eredità dei padri, vagiti rock e, sulla scorta di quest’ultimo, rinnovamento di un linguaggio popolare che si snoda lungo l’arco di più di un secolo. 

These words” ha in sé la stringata incisività di un brano pop su base folk dotato di una forza ammiccante che richiama il gusto di certe ammorbanti ballads di Mitchell, Baez e King rilette sotto la lente della briosa e varia musicalità dei Sixpence None The Richer.

Le tematiche comuni a ogni canzone del disco mutuano l’essenziale positività congenita in quell’unico e non più replicato slancio vitale di quella parte di mondo oltreoceano il cui respiro, a dispetto delle prove più dure, rimane tuttora vivo e indomito a un tempo come mancanza e promessa.

È quell’urgenza di un grande “sì”, di un “big one” per cui vivere e morire, e che segue uno svolgimento che dalla citata canzone omonima raggiunge il suo apice nelle due piccole perle del lavoro che vedono il prezioso ausilio vocale degli ospiti Cara Ronza e Andrea Ruggiu. Da un lato una “Too young” che ritrae efficacemente – tra intrecci di corde e succulente armonie vocali – l’assorta limpidezza e lo struggimento inesauribile di uno sguardo come quello rivolto al proprio figlio. 

Dall’altro la messa in musica, con “Angelus”, di una delle preghiere più importanti del patrimonio tradizionale cristiano in un lucente vestito sonoro folk/gospel, a chiudere un album che lascia un sapore di buono, di fecondità e di desiderio di nuovi incontri con il tocco semplice e grazioso di quest’autrice.

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