OPERA/ Salisburgo, la Pop Art e le guerre “pacioccone”

- Giuseppe Pennisi

Altre due opere del Festival Estivo 2012 di Salisburgo trattano di guerra: Giulio Cesare in Egitto di Georg Friedrich Händel e Das Labyrinth (Il Labirinto). Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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Un momento del Giulio Cesare in Egitto

Non solo Die Soldaten di Zimmermannz ma  altre due opere nel “bouquet” del Festival Estivo 2012 di Salisburgo trattano di guerra: Giulio Cesare in Egitto di Georg Friedrich Händel (la cui prima ha avuto luogo, al Festival il 23 agosto – dopo un’anteprima nel fine settimana di Pentecoste- e che si vedrà a in vari teatri nelle prossime stagioni) e Das Labyrinth (Il Labirinto) di Emanuel Schikaneder e Peter von Winter (rappresentata in prima mondiale in tempi moderni il 3 agosto e tra breve nei maggiori palcoscenici internazionali). Giulio Cesare in Egitto è uno dei capolavori di Händel più noti e più rappresentati  in Italia (anche se raramente in versione integrale); i lettori de Il Sussidiario.Net ricorderanno che nella primavera 2012 ne recensimmo un bell’allestimento prodotto a Ravenna in collaborazione con altri teatri italiani e stranieri (l’opera richiede un forte sforzo produttivo). Das Labyrinth è la seconda puntata del mozartiano Flauto Magico. Wolfgang Amadeus era morto da tempo ma il successo (800 repliche solo a Vienna in meno di un lustro) spinse l’impresario (nonché librettista ed interprete del ruolo di Papageno) a produrre una seconda parte, affidando la parte musicale a Peter von Winter (musicista molto noto all’epoca, che con Mozart aveva avuto rapporti personali difficili). Das Labyrinth andò in scena a Vienna nel 1799 e collezionò circa un centinaio di repliche, venne ripresa in varie città, si ritenne perduto sia il libretto sia la partitura sino a quando vennero ritrovati nei polverosi scaffali dell’Opera (allora tempo imperiale, ora statale) di Berlino, dove era andata in scena nel 1803.

Sono due lavori molto differenti: barocco il primo, pre-romantico il secondo. Ambedue trattano di guerra. Il prima della conquista dell’Egitto da parte dei romani mentre Cleopatra e Tolomeo si litigavano il trono dei faraoni, ma l’astuto Händel teneva i due occhi puntati sui conflitti in corso nella casa regnante britannica e nel Parlamento di Westminister. Schikaneder e von Winter erano alle prese con un mondo ben diverso da quello che aveva caratterizzato gli ultimi anni di Mozart: la massoneria era stata posta fuori legge (quindi, l’opera non poteva avere ammiccamenti al Grande Oriente) ed infuriavano le guerre napoleoniche (e , di conseguenza, Sarastro diventava un generale, Tamino un ‘tenore spinto-eroico’, non ‘lirico leggero’ e Pamino un soprano d’agilità).

A differenza di Die Soldaten , dove la guerra è vista in tutta la sua tragicità, in Giulio Cesare in Egitto ed in Das Labyrint la guerra è percepita quasi come un fondale ad intrighi tra il politico ed il piccante. Occorre sottolineare che il mistero del successo del teatro barocco, specialmente quello britannico, è tutt’ora irrisolto. Composto da opere di durata lunghissima e poca azione scenica, attirava pubblico e si finanziava con gli incassi in teatri per lo più privati – a differenza di quanto avveniva nel Continente, dove i teatri erano in gran parte “reali” o “ducali” e godevano di un lauto sostegno pubblico. In più si parlava nei “recitativi” e si cantava in italiano, non in inglese; gli spettacoli erano lunghissimi; le vicende, spesso complicatissime, venivano raccontate dai cantanti piuttosto che rappresentate sul palcoscenico. 

Le leggende dicono che nei palchetti, tra un’aria e l’altra, si complottasse, si mangiasse, si bevesse e, tirate le tendine, si fornicasse (spesso in quattro o in sei). Ricordiamo che poco più di un anno fa, a Ravenna, la vicenda di Giulio Cesare in Egitto veniva trasportata in un’improbabile avventura coloniale di fine ottocento e l’opera veniva scorciata per durare circa tre ore e mezzo. A Salisburgo, siamo in piena “Pop Art” . La regia è firmata da Mosher Leiser e Patrice Caurier, le scene da Christian Fenouillat, i costumi da Agostino Cavalca. Il team si riallaccia ai fumetti “Pop” con riferimenti molto palesi all’uomo di Stato che perde la testa per una ninfetta (le allusioni paiono rivolte a Strauss Khan, ma potrebbe trattarsi anche d’altri). Giovanni Antonini guida il complesso “Il Giardino Armonico” che suona con strumenti d’epoca. Un vero cast internazionale (Andreas Scholl, Cecilia Bartoli, Anne Sofie von Otter, Philippe Jarousski, Christophe Dumeaux, Ruben Drole, Jochen Kawalski, Peter Kalman) con ben tre controtenori ed un uomo con voce da contralto ed in ruolo femminile. Ovazioni dopo cinque ore di musica (due intervalli), con qualche fischio alla regia “attualizzata”. Lo spettacolo si vedrà molto probabilmente a Zurigo ed altrove.

Anche in Das Labyrinth siamo nel mondo dei fumetti- quelli, però, delle “guerre pacioccone” che “Il Corriere dei Piccoli” offriva negli Anni Cinquanta. La direzione musicale di Ivor Bolton, la regia di Alexandra Lietke, le scene di Raimund Orfeo Voigt, i costumi di Susanne Bisovsky e di Elisabeth Binder- Neururer, rendono lo spettacolo, presentato nel cortile barocco dell’Arcivescovato di Salisburgo, molto gradevole. Ivor Bolton alla guida dell’orchestra del Mozarteum e con 15 solisti scelti con cura gli dato un buon piglio. Prevedo che tornerà a circolare specialmente nel mondo di lingua e cultura tedesca.



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