OPERA/ Dmitrij Šostakovič e quel “Naso” che fece irritare Stalin

- Giuseppe Pennisi

GIUSEPPE PENNISI ci parla della nuova edizione de “Il Naso” di Dmitrij Šostakovic, in scena il 27 febbraio al Teatro dell’Opera di Roma dopo aver fatto il giro dei teatri di tutto il mondo

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Un momento de Il Naso

Il 27 febbraio, al Teatro dell’Opera di Roma, c’è la “prima” della nuova edizione de “Il Naso” di Dmitrij Šostakovic, il compositore russo che, con Igor Stravinskij, più ha influito sulla musica del Novecento. Lo spettacolo è nato circa due anni fa a Zurigo con la regia di Peter Stein, le scene di Ferdinand Wõgerbauer , i costumi di Anna Maria Heinrich e la coreografia di Lia Tsolaki. E’ una messa in scena che, in repertorio a Zurigo, sta giustamente facendo il giro del mondo.

In altre sedi ho ricordato che Dmitrij Šostakovic è stato ed è un personaggio scomodo per ex-neo-post-comunisti. Tanto che nessun distributore ha messo nelle sale il film Tony Palmer “Testimony” del 1987 tratto dalle memorie di Šostakovi raccolte dal giornalista Solomon Volkov. Lo si  vede però, di tanto in tanto  sul canale “Classica” di Sky. La vita e il percorso artistico di Šostakovic sono una dimostrazione incontrovertibile delle estreme difficoltà che l’intellettuale, anche un comunista convinto (come lui), ha alle prese con il socialismo reale. Nato a San Pietroburgo, studia nella sua città natale dove si accosta ai movimenti dell’avanguardia culturale incarnata da Majakovskij, Mejer’hold, Prokof’ev . Cresce da comunista doc e il successo internazionale delle sue tre prime sinfonie lo fanno diventare uno degli autori più ricercati per la composizione di musiche da film (il cinematografo era agli inizi e il Pcus ne aveva carpito l’importanza al fine di plasmare l’opinione pubblica). A soli 24 anni divenne direttore del Teatro della Gioventù Operaia, il Malyi, della sua città (il cui nome era, nel contempo, diventato Leningrado). Un incarico che poteva essere attribuito unicamente a un fedelissimo del Partito.

In questo clima, nasce la sua prima opera, “Il Naso”, da un racconto di Gogol del 1835, rappresentata con grande successo al Malyi il 18 gennaio 1930. Un ritmo incalzante: 12 quadri in poco meno di due ore di musica. Nonostante un’orchestra da camera, ben 60 personaggi in scena: 27 nel concertato settimo quadro. Una partitura che fonde citazioni dalla grande tradizione classica con musica di puro intrattenimento, jazz  e un campionario di effetti modernistici, quali intervalli esageratamente ampi, movimenti di scale, moti pendolari, trilli, moti pendolari, canoni, artifici politonali. Ove ciò non bastasse a sbigottire, le scene erano astratte e cubiste e la regia si ispirava ai tempi velocissimi delle “comiche” del muto. Il pubblico, specialmente quello più giovane, andò in visibilio. Ma la critica accolse il lavoro (così distante dal realismo socialista che allora faceva i primi passi nell’estetica ufficiale) freddamente.

Dopo 14 repliche all’insegna del tutto esaurito, al direttore del Malyi, ossia a Šostakovic in persona, venne suggerita una pausa; l’opera venne ripresa la stagione successiva, ma successivamente, un silenzio, nell’Unione Sovietica, di ben 43 anni (nonostante venisse rappresentata all’estero, dove era giunta la partitura, e considerata come uno di capolavori della musica del Novecento). “Il Naso” riapparve sulle scene russe nel 1974, per iniziativa di una piccola compagnia (in un cinema-teatro con appena 200 posti): il Teatro Musicale da Camera creato e animato da Boris Provovskij. Il testo irritò Stalin: un alto burocrate perde, all’improvviso, il proprio naso e si mette, quindi, a una sua ansiosa ricerca nelle alte e nelle basse sfere della capitale (Palazzi, chiese, uffici, botteghe, redazioni di giornali), scoprendone di cotte e crude. Il sarcasmo surrealista si riferisce alle burocrazie di tutti i tempi, soprattutto a quella bolscevica. La musica sgomentò l’ortodossia ancora di più: su un impianto chiaramente slavo innesca jazz, atonalità, ritmi incalzanti (con forti dinamiche timbriche), stili di canto estremi (dal parlato al sovracuto alla polifonia). L’orchestra è snella, include strumenti inconsueti come la domra, la balalaika, ed il flexaton e, in certi passaggi, deve riuscire ad evocate la grande tradizione sinfonica ottocentesca.

E’ la quinta edizione che vedo. Nel 1966-67, l’opera (che circolava in Germania e Francia in quanto trafugata all’estero), il Maggio Musicale Fiorentino e il Teatro dell’Opera di Roma ne affidarono l’allestimento a Edoardo De Filippo e a Mimo Maccari; il lavoro veniva dato in traduzione ritmica italiana, perdendo il mirabile intreccio a tra parola e musica del giovane Šostakovic, ma entusiasmando spettatori per la vis comica. Nel 1995, al piccolo Teatro Caio Melisso di Spoleto, Roman Terleckyj e Steven Mercurio offrirono per la prima volta in Italia l’opera in versione originale con un cast internazionale (prevalentemente anglosassone): un allestimento “surrealista” efficace, ma Šostakovic era un giovane comunista che aveva aderito al movimento futurista. L’edizione di Provovskij si è a vista a Torino e al Teatro Olimpico di Roma nel 2006 in occasione delle cerimonie per il centenario dalla nascita del compositore e in varie città emiliane nel 2010; la colsi a Torino e a Parma. L’allestimento di Provovskij (ormai deceduto da tempo), leggermente ritoccato , è ancora molto valido; molto diverso da quello del 1930 con pochi elementi mostra tutta San Pietroburgo e le sue atmosfere . Affiatatissima la compagnia che lo canta, balla e recita almeno 50 volte l’anno nel piccolo Teatro da Camera di Mosca. Nel 211 esplode l’allestimento grandioso e tecnologico di William Kentrige, coprodotto dal Festival di Aix-en-Provence, dall’Opéra National di Lione e dal Metropolitan di New York; lo colsi a Aix, dove la bacchetta era affidata a Kuzushi Ono, uno dei migliori concertatori di musica contemporanea. L’opera viene mostrata come “un manifesto della  modernità”.

Veniamo ora al mio quinto “Naso” goduto all’Opera di Roma dove, a ragione della domenica sera (non propizia a una “prima”, specialmente di un’opera poco conosciuta). Splendida la regia, le scene e i costumi; spettacolo essenziale  come quello di Provovskij (e quindi facilmente trasportabile), con un uso sapiente della tecnologia. Eccellente la concertazione del giovane direttore argentino Alejo Perez. Ottimo il vastissimo cast internazionale con Paulo Szot nella veste di protagonista e nei ruoli  minori molti russi nonché italiani tra cui alcuni provenienti dall’organico stabile del coro. Bravi ballerini e mimi. Insomma, da vedere e rivedere, augurandosi che se ne possa fare un dvd.

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