IFSOUNDS/ “Reset”: fiabe polifoniche e folk rinascimentale dal Molise

- Alessandro Berni

Una già lunga storia dietro le spalle, i molisani IfSounds “resettano” la loro musica e ampliano lo spettro del prog rock con innovazioni sonore. La recensione di ALESSANDRO BERNI

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IfSounds

Il fascino indiscreto della musica che morde, scortica e assimila i generi a volte diventa cosa sufficientemente seria da meritare attenzione.  La periodica segnalazione di Donato Zoppo di Synpress ci permette di tradurre quel fascino in obiettivo sensibile grazie ai molisani Ifsounds, prog ensemble attivo sul fronte della discografia ufficiale sin dal 2006, da sempre propenso alla possibilità di una formazione aperta intorno ai due membri storici e trainanti, il chitarrista Dario Lastella e il tastierista Claudio Lapenna.

Fino a ieri e all’altro ieri formazione fortemente devota a certo classicismo prog tradizionale e ad un neo-sinfonico rivestito di una sensibilità canora prettamente femminile, il gruppo – con l’entrata in formazione del nuovo bassista Fabio De Libertis e del cantante Runal (e con il batterista ospite Gianni Manariti) – ricompatta il tessuto sonoro serrando le fila di un avventura già abbastanza lunga da reclamare una revisione finalizzata all’essenziale.  Musica ma soprattutto canzoni per una durata che rimane nei saggi limiti dei quarantacinque minuti.

All’altra caratteristica che accompagna da sempre l’intento artistico del progetto – lo scrivere e il cantare testi in inglese – viene affiancato il riuscito tentativo di rendere la tematica affrontata in lingua italiana.  Così il disco segnato nella sua intera durata da un continuo slalom parallelo tra le due versioni, finisce per ingaggiare un confronto che schiude scenari e stimoli a getto continuo.

Con questo buon album “Reset” si vuole quindi rendere ragione in maniera aperta e sincera di una svolta – umana e artistica – scoperta e pensata allo stesso tempo, come sembrano voler suggerire scrittura e suoni che mostrano una mano più diretta che mira a definire linee guida, emozioni e ragioni nel giro di battute circoscritte a poche e ben scelte annotazioni.  “Resettare” qui non allude semplicemente ad un ripartire da zero, quanto da quelle poche ma decisive certezze necessarie a percorrere un’esistenza all’altezza di quello slancio ideale che è essenzialmente umano.

Sono nato due volte (When I Was Born Again) si pone come enunciazione d’apertura, rock song dalla struttura solida e granitica che esibisce un graffiato vocale reminiscente di Lanzetti, un basso disegnato, impennate più dure e pause melodiche sottolineate da piano e linee dark dell’organo.  A seguire FR9364, strumentale dai variegati accenti che raccoglie hard rock anni ’70, effetti aerei, inserti solisti di chitarra in una conduzione che gioca con gusto tra enfasi e atmosfera.

Fourty Fourteen (40-14) sembra quasi divertirsi su temi e cantato che fanno il verso ai Purple di Highway Starrieditando il tutto con leggerezza e ironia fino a una coda noise-rock in sospensione, mentre Laura è un gioiello acustico-orchestrale che, tra fiabesco polifonico ad accenti folk-rinascimentali, svela un substrato musical del lavoro.  La sensazione a questo punto è quella di un continuo innalzamento e abbassamento di toni che regala l’effetto di una scultura in movimento tra l’astratto e l’espressionismo.
Da qui infatti il gioco di alternanze sonore e tematiche si intensifica con una Io non volevo odiarti (I’ve Never Hated Anyone) che porta in territori punk-metal underground quasi prendendosi gioco di canto e liriche in stile Afterhours, e con una Scappa via (Run Away) che coniuga acustico, melodia rock ed elettricità di marca prog.
Il metodo di accentuare il discrimine tra atmosfere dure e docili trova persino spazio nella breve durata di una canzone.  Così una Flashback che si apre con due passaggi replicati di hard rock fulmineo e devastante, per placarsi in un cantato riflessivo che si esaurisce nel giro di poche battute lasciando il campo ad una Svanisco nel blu (Fading to Blue) che riporta in primo piano un incipit acustico accompagnato da un canto beat che a poco a poco si sperde in un oceano di suggestioni psichedeliche.
Reset title track e secondo brano strumentale gioca ancora tra noise e prog per il più classico degli astrattismi sonori funzionali alla conclusiva La marea (The Tide).  Una eccellente geometria diseguale del tandem chitarra-basso disegna una marcia solenne e stringata che va in dissolvenza in un finale carico di energia ed enfasi.  Una bella conclusione che sembra suggerire di tenersi pronti al prossimo reset.

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