OPERA/ “Il Trovatore” di Verdi chiude in bellezza la stagione lirica di Cagliari

- Giuseppe Pennisi

Dopo avere inaugurato quella che possiamo chiamare ‘la stagione della ripresa’  il Teatro Lirico di Cagliare la chiude con Il Trovatore in scena dal 16 al 30 dicembre. GIUSEPPE PENNISI

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Una scena dello spettacolo

Dopo avere inaugurato quella che possiamo chiamare ‘la stagione della ripresa’, dopo oltre un lustro di difficoltà e di cambi di management , con un titolo raro, La Campana Sommersa di Ottorino Respighi (produzione che ha entusiasmato tanto da essere invitata al Lincoln Center alla New York City Opera), il Teatro Lirico di Cagliare la chiude con Il Trovatore in scena dal 16 al 30 dicembre. 

E’ un titolo che nonostante sia considerato una delle opera più ‘popolari’ di Giuseppe Verdi è impegnativa da fare venire i brividi dato che richiede cinque grandi voci ed una direzione musicale di qualità. 

E’ utile ricordare che sia nel 1990 sia nel 2001, il Maggio Musicale Fiorentino inaugurò con produzioni de Il Trovatore sulla carta di lusso ma, alla prova dei fatti non tali da convincere a pieno pubblico e critica ed anche recenti versioni a Parma  hanno  incontrato qualche voce contraria. Non ha avuto esito migliore la produzione della Scala nel 2014 E’ in ogni caso una delle opere più popolari di Verdi; tra breve se ne vedrà un nuovo allestimento al Teatro dell’Opera di Roma.

Occorre ricordare che Il Trovatore è la prima opera di Verdi che non nasce in seguito ad una commissione di un teatro o di impresario ma dalla sua volontà di tradurre per il teatro in musica il romanzo di Gutierrez (autore che ispirò anche Simon Boccanegra); lo sottolinea acutamente il musicologo francese Jacques Bourgois in una massiccia biografia del compositore (introvabile in Italia). 

Fu poi proprio Verdi che insistette perché l’opera venisse accettata dal Teatro Apollo a Tor di Nona di Roma. Una vera e propria provocazione. La censura papalina, ottusa come tutte le burocrazie, non si accorse dei contenuti rivoluzionari dell’opera. Tanto più che in una lettera di Verdi, inviata da Parigi il 14 luglio 1849 (pochi giorni dopo la fine della Repubblica mazziniana) a Vincenzo Luccardi, parlava della “catastrofe di Roma”. 

Portare nella capitale dello Stato Pontificio, il 19 gennaio 1853, una fosca vicenda di amore, guerra e morte in un’incredibile Spagna medioevale voleva dire parlare di rivoluzione e Risorgimento a coloro che per la Repubblica Romana avevano combattuto e sofferto. 

Dopo avere messo a nudo la politica in Luisa Miller e spogliato il potere con Rigoletto, Verdi andava dritto al cuore del movimento di unità nazionale del Risorgimento (pur utilizzando un apologo su un’astrusa vicenda di scambi di infanti in fasce, stregoneria, duelli tra fratelli). Un po’ come aveva fatto, in Francia, Victor Hugo con “Hernani”. Per questo motivo ha ragione il musicologo Claudio Casini nel dire che Il Trovatore è “una chiave di volta tra le opere di Verdi”. 

Casini ne sottolinea “l’eccesso di rilievo sottolineato alla musica” – a differenza di Massimo Mila che ne vede “alti e bassi sconcertanti”-. A mio avviso l’opera  non è solo una chiave di volta musicale (senza aver in testa Il Trovatore, Verdi non avrebbe dato a Rigoletto commissionatogli da La Fenice l’impianto musicale che ha avuto) ma anche nel ruolo politico di Verdi nel movimento di unità nazionale. Il Trovatore apre la porta a Les Vêpres Siciliens – opera chiaramente e decisamente patriottica.

A differenza di altre edizioni de Il Trovatore dove gli otto quadri danno adito a scene grandiose  e costumi di lusso questa produzione può essere presa ad esempio di come contenere i costi di allestimento. Regia, scene, costumi e luci sono di Stefano Poda, che riprende, in gran misura, la produzione  presentata, ad Atene, al Teatro di Erode Attico: una scena unica, altamente astratta per dare un’atmosfera unitaria alle quattro  ‘parti’ ed otto ‘quadri’ di cui si compone il libretto. 

Alcune componenti sceniche sono state costruite nei laboratori dell’ente cagliaritano (poiché costava meno del trasportarle). In breve, in un cubo, due elementi centrali (un’immensa luna ed tronco d’albero) che di volta in volta assumono diventano il castello del Conte di Luna, i giardini del palazzo di Leonora , il territorio dei gitani, il convento dove Leonora si è rifugiata , l’accampamento degli armigeri del Conte di Luna e così via. Le luci danno un tono cupo a questoTrovatore, in linea con il romanzo di Antonio Garcìa Gutiérrez da cui Salvatore Cammarano ha tratto il libretto. 
E’ un po’ l’antitesi dell’allestimento di Luchino Visconti alla Scala (1966-67), in cui ad una scena ‘notturna’ ne seguiva una solare (od illuminata dal chiaro di luna). A differenza di Giuliano Montaldo che a Firenze si era ispirato alla pittura spagnola del Seicento o ad Michal Znaniecki (con le proiezioni di Michal Rovner) che a Napoli hanno portato l’azione alla guerra di Spagna del 1936-39 con il  Conte di Luna ed i suoi vestiti no divise franchiste e Manrico e gli zingari quelle repubblicane,  Stefano Poda opera con una regia essenziale ed astratta senza un’ambientazione temporale e spaziale precisa. Il pubblico di Cagliari (dove l’opera non si vedeva da anni) ha apprezzato questa scelta.  

A mio avviso, il palcoscenico era troppo buio; ciò da un lato enfatizzava il carattere cupo del dramma ma , da un altro, poneva problemi di comprensione ad un’azione che non è tra le più lineari neanche nell’arzigogolata librettistica verdiana.

La direzione musicale di Giampaolo Bisanti ha due i tratti salienti: ciascuno degli otto quadri è trattato come un ‘numero musicale’ a sé, dando grande modernità alla partitura; all’interno di ciascun ‘quadro-numero’ si da enfasi al ‘belcanto’, un omaggio ai melodrammi di Donizetti e Bellini. Inoltre la concertazione è stringata, come si conviene ad una complicata vicenda di amore e morte. 

L’intero spettacolo (intervallo compreso) dura poco più di due ore e mezzo ed ha un andamento cinematografico.

Il Trovatore è soprattutto cinque grandi voci, che la diligente  bacchetta di Giampaolo Bisanti ha sostenuto dando un buon equilibrio tra palco e buca.  I due rivali per l’amore dei Leonora sono voci notissime: Roberto Frontali (un veterano del ruolo del Conte di Luna) e Marcello Giordani (un Manrico, spesso di scena al Metropolitan di New York, il quale  canta perfettamente in ‘tono’, con grande cura alle ‘mezze voci’), Daniella Schillaci (Leonora) che ha debuttato nel ruolo con grande successo (applaudissima  la sua ‘cavatina’ nella prima parte), Enkelejda Shkoza (un’Azucena albanese , giovane ma con una vasta discografia), e Luca Dell’Amico (che con il coro prepara , nella prima scena, l’atmosfera ossessivamente cupa del resto del resto del ‘dramma lirico in quattro parti’.

Ovazioni alla prima. Restano pochi biglietti per le repliche sino a fine anno.

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