SARAH JANE OLOG/ Il caso: come sopravvivere ai talent?

- Alessandro Berni

Un anno fa era notizia di questi giorni.  Alla fine di maggio del 2015 Sarah Jane Olog, a lungo cullata dai Facchinetti come punta di diamante dell’annuale The Voice. di ALESSANDRO BERNI

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Sarah Jane Olog

Un anno fa era notizia di questi giorni.  Alla fine di maggio del 2015 Sarah Jane Olog, a lungo cullata dai Facchinetti come punta di diamante dell’annuale The Voice, viene estromessa dalla competizione in favore di Fabio Curto, che si rivelerà il vincitore.  La storia è perfetto emblema della logica che sottende il funzionamento di questi talent show.  

Costui è uno dei tanti cosiddetti talenti reclutati dal fenomeno sempre più diffuso – anche a livello italiano – del busker, ossia del cantautore folk di strada affermatosi nel mondo anglosassone.  Messo nelle mani dei giudici/talent-scout ne esce snaturato con canzoni pop (tra le quali la vincitrice) del tutto avulse dalla sua proposta originaria, rispondenti a ciò che lorsignori considerano le esigenze del pubblico.  Al contrario della Olog che per la sfida porta un brano che riprende stilemi pop senza tempo, in un certo senso quasi fuori dal tempo.

Il responso dei mesi a seguire la dice lunga sulla lungimiranza di format come The Voice.  L’EP di Curto, pubblicato nell’autunno del 2015, non va da nessuna parte.  La Olog, destinataria di una proposta di collaborazione da parte dei Facchinetti (la classica promessa da marinaio in perfetto stile corretto televisivo), viene relegata nel dimenticatoio pur con una canzone di buon livello.  

“Cycle” rivisita e personalizza la lezione dei grandi nomi nostrani dell’euro dream pop come Novecento e Neja.  Scrittura che sconta ancora qualche passaggio immaturo, bell’arrangiamento di archi e una voce che colpisce per il modo di rielaborare e porgere i pesanti dazi artistici di questi anni, Winehouse in primis.

Nel caso di “Cycle” la Olog si affranca da questo alone di tributo, creando una sua isola espressiva preferenziale che si allontana dalla Winehouse per flirtare con il canto sottile e sognante di una grande misconosciuta come Dora Carofiglio (Novecento).

Se si clicca il nome della nostra per una ricerca su Google, l’effetto è quello molto malinconico delle foglie cadute.  C’e questo link che porta ancora la data del maggio 2015 più un’intervista di fine anno per una canzone pubblicata come sigla di una fiction televisiva.  Ma la realtà è persino più tenace della futilità congenita del talent.  Cosa succede quest’anno?  Come nel 2015 la trentenne Olog si presenta e passa la cosiddetta “blind audition” di The Voice, così il 9 marzo scorso fa altrettanto la quarantenne Neja, autentica fuoriclasse italiana della dance e delle ballad che si rifanno a quell’immaginario.  

Torinese, grande talento già nel 1999, anno della sua affermazione, ed anno soprattutto dove ancora i talent-show non rappresentavano lo sbarramento necessario per un posto di rilievo nel mondo della musica, surclassa le altre partecipanti con una esibizione da urlo.  

Dolcenera se ne accorge, se ne accorgono più o meno tutti, ma dopo un mese anche lei deve sottostare alla logica perversa del format.  Basta che siano giovani e che si mettano sull’attenti proni ai sacri voleri dei burattinai.  In più si investe solo su chi vince addomesticandone la proposta.  Anche Neja, come l’anno prima Sarah Jane Olog, riceve una proposta di collaborazione (questa volta da Dolcenera).  Non si sa se anche per lei si tratterà di promessa da marinaio.  Se però l’alternativa è quella di grandi canzoni che vengono scritte e cantate infischiandosene delle solite tristi logiche, in fondo speriamo che sia così. 

Ci deve essere una via con al quale, anche senza finire sugli altarini usa e getta dei talent, autentici “talenti” come Sarah Jane Olog e Neja possano avere una carriera musicale. Perché la meritano.

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