JOHN WETTON/ L’eleganza e il senso della melodia dell’ex bassista dei King Crimson

- Alessandro Berni

E’ scomparso l’ex bassista dei King Crimson, trai protagonisti dell’era migliore della band inglese, amico rivale di Greg Lake anche lui scomparso di recente. Il ricordo di ALESSANDRO BERNI

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John Wetton

E’ stato a tutti gli effetti un grande della musica rock anni ’70 al pari del suo illustre amico/rivale Greg Lake (pure lui scomparso da poco).  Entrambi esponenti del cosiddetto canto dei “gesti bianchi”.  Vocalismo potente e preciso, rotondo e arricchito da una sorta di sesto senso per la melodia e l’armonia.  Entrambi ottimi bassisti estensori di trame toste e dettagliate.  Con una differenza fondamentale. Mentre Lake è rimasto uno dei due membri simbolo degli Emerson, Lake and Palmer, gruppo icona del progressive rock più pirotecnico, Wetton pur con il suo timbro ricco e cristallino non ha mai raggiunto analogo status nella sua prima vera grande esperienza di gruppo.  Quella che lo ha visto per tre anni nel ruolo di cantante e bassista dei King Crimson, band per eccellenza (insieme ai Genesis) dell’art rock d’autore, capace di coniugare al meglio esuberanza strumentale e concretezza lessicale della canzone rock, all’opposto del di realtà quali Yes e gli stessi ELP maggiormente sbilanciate sul culto un po’ narcisistico della propria bravura.

La sua stagione con i King Crimson (con svariati capolavori riassunti nella cavalcata onirica di Starless) si rivela però troppo breve (1972-74) per lasciare nell’immaginario collettivo l’impronta di uomo faro di un’avventura musicale.  E forse è proprio questo a determinare il suo eclettismo del tutto singolare, con passaggi repentini da un’esperienza all’altra nel resto degli anni ’70. 

Prima la breve apparizione con i Roxy Music, poi la seconda grande esperienza anch’essa breve e fulminante con uno dei primi cosiddetti “supergruppi”.  Gli UK, con un Wetton questa volta protagonista assoluto – insieme al tastierista Eddie Jobson – delle due incarnazioni del gruppo (e con Bill Bruford, Allan Holdsworth e Terry Bozzio a passarsi il testimone degli altri ruoli).  La band sconta il fatto di aver esordito nel pieno della parabola discendente della stagione progressive non potendo vantare – a differenza degli altri grandi nomi – quello status consolidato che permette di sopravvivere chi più chi meno alla rivoluzione punk-new wave.

L’importanza dell’avventura con gli UK – oltre a una manciata di splendidi prog-epic fuori stagione rivalutati nel tempo – sta principalmente nel seme di quella che sarebbe divenuta “la seconda maniera” dell’arte musicale di Wetton.  Un power rock anthemico gemellato con l’ascesa del fenomeno arena-rock di nomi quali Reo Speedwagon, Boston e Toto, e di un pop-rock più consono alla voglia di leggerezza degli incombenti ‘80.

Tutto questo può essere ascoltato nel refrain di un brano tipicamente progressive come In The Dead of Night (dall’eponimo esordio degli UK del 1978), poi in quello ancor più fieramente pomp-rock di Nothing To Lose dal secondo e ultimo “Danger Money” del 1979.  Energia, fresca cantabilità e una vena di ottimismo, gettano le basi del sound tipico della più lunga e rilevante avventura del Wetton songwriter.  

Gli Asia.  Altro giro, altro supergruppo (Steve Howe dagli Yes, Carl Palmer dagli ELP, Geoff Downes dai Buggles).  Formazioni, contro-formazioni, fasi alterne, ripensamenti, rinascite, ricadute.   Due dischi importanti, sostanzialmente i primi due (l’eponimo “Asia” del 1982 e “Alpha” dell’anno successivo). 

Il primo è quello di Heat of The Moment autentica hit-icona del genere con tanto di attacco elettrizzante e cori euforici, e di vitali e godibilissimi compromessi tra reminiscenze prog e imperante AOR (in primis Time Again e la b-side Ride Easy).  Il secondo quello dove la componente AOR diventa preponderante (da una parte e dall’altra della barricata piccoli capolavori come The Heat Goes On Open Your Eyes).

Poi piccole e grandi defaillances, dall’eccesso di semplicismo dei profondi ‘80, al finto revival seventies dei ’90, fino alle buone prove recenti delle ricostituita formazione originale in “Omega” e “XXX”.

E – ciliegina sulla torta – una breve ma intensa reunion con gli UK, collaborazioni e side projects.

A far da comune denominatore quel piccolo grande miracolo che è stato l’arte inimitabile di John Wetton.  Maratoneta di una corsia preferenziale frequentata da pochi grandi.  Quella della canzone che incontra immediatezza ed eleganza, quella del rilevatore privilegiato delle infinite possibilità della grande melodia da pop-opera sposata alla pura vibrazione del rock.      

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