BLACKBERRY SMOKE/ Il concerto al Fabrique: il southern rock incendia Milano

- Walter Gatti

Un pubblico caldissimo ha accolto il ritorno in Italia dei Blackberry Smoke, la miglior band di southern rock oggi in circolazione. La recensione del concerto di WALTER GATTI

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Immagine dal web

Ci devono aver preso gusto, i Blackberry Smoke, a suonare in Italia se è vero che per la terza volta in poco più di un anno hanno imbracciato le loro chitarre e fatto risuonare i loro ritmi su un palco nostrano. Due sere fa nell’affollatissimo Fabrique di Milano, Charlie Starr e compagni (Paul Jackson alla seconda chitarra; Brandon Still, alle tastiere; Richard Turner al basso; Brit Turner alla batteria) hanno messo in scena un altro convincente capitolo della loro personale interpretazione del dizionario del rock, interpretato con la più veemente e sanguigna pronuncia sudista. 

Con le radici ben piantate ad Atlanta, Georgia, i Blackberry Smoke sono un esperienza rock molto particolare, perchè il loro suono è il perfetto punto di incrocio tra Allman Brothers Band e Lynyrd Skynyrd, con un rock che a sprazzi diventa psichedelico, ma che rimane orgogliosamente legato ad ogni sacro codice di southern rock. 

Barbe e capelli lunghissimi (il batterista Britt Turner batte tutti), i Blackberry Smoke hanno presentato a Milano una scaletta che pesca da ognuno dei loro cinque (live esclusi) album, dall’introvabile Bad Luck Ain’t No Crime a Little Piece of Dixie, da The Whipporwill a Holding All the Roses, ovviamente tuffandosi nel recente Like An Arrow, disco della completa e perfetta maturazione. 

Durante lo show milanese proprio da quest’ultimo escono forse i pezzi più tosti e poderosi della serata, come Waiting for the Thunder e Like An Arrow, perfettamente inseriti nella storia live di una band che è in circolazione dal 2000 e che si fa un vanto (come ogni formazione sudista degna di questo nome) di una reputazione di “live band da oltre 200 concerti all’anno”. La band passa in rassegna un alfabeto sonoro trascinante e vibrante, e tocca un feeling tutto country quando tira fuori dal cappello il romanticismo di One Horse Town, oppure sprofonda nel blues acustico con Ain’t Got the Blues in un atmosfera che pare figlia di Duane, nume tutelare che poi spinge i Blackberry Smoke verso forme più rock-blues quando Charlie Starr avvia inesorabilmente il clima torrido di Restless, altro loro classicissimo, canzone che identifica alla perfezione l’immagine di irriducibile uomo del South: “Non riesco a trovare un bicchiere da whisky abbastanza grande per la mia sete, sono un irrequieto”. 

Perfetto leader di questa rumorosa (ma estremamente rilassata) formazione di “fratelli” (così ognuno è stato presentato alla fine dello spettacolo) è proprio Charlie Starr, sempre più chitarrista eclettico, miscelatore equilibrato di rock e blues, country e venature bluegrass. Se proprio gli si vuol trovare un difetto, è che la band è forse fin troppo leader-dipendente, ma è un vizio da poco, visto che è tutto suo il feeling con cui mette in scena canzoni che paiono scritte da Ronnie VanZant come Shaking Hands with the Holy Ghost (forse il loro pezzo di maggior successo), Rock’n’roll Again e Six Ways to Sunday. 

Impossibile citare tutto il background che i BBS si sono portati sul palco. Up in Smoke è puro Skynyrd’s sound, mentre il lunghissimo medley psichedelico di Sleeping Dogs ingloba Your Times is Gonna Come dei Led Zeppelin, poi cita espressamente gli Allman di Live at Fillmore East e finisce addirittura nel tiratissimo riff conclusivo di Starship Trooper degli Yes (proprio loro, quelli del progressive britannico). Tripudio e cappelli texani in aria da parte del pubblico, mentre la band nel finale approda ad un’altra southern band leggendaria come i Little Feat, interpretando Fatman in the Bathtub, singhiozzante omaggio a Lowell George e alla sua genialità.

Con i Blackberry Smoke si è imposta ancora una volta anche dalle nostre parti la fascinazione sudista, questa strana magia che riporta il suono in un’epoca tra le più leggendarie e romantiche del rock. Un’epoca che anche oggi manifesta i suoi coraggiosi seguaci, dai North Mississippi Allstar di Luther Dickinson alla Tedeschi-Trucks Band di allmaniana derivazione, dall’ormai famoso (negli States) Zac Brown ai più “commerciali” Eric Church e Kid Rock, dal figlio d’arte Shooter Jennings alla fratellanza psichedelica di Chris Robinson, da Jason Isbell a Dan Baird, sopravvissuto allo scioglimento dei Georgia Satellites. 

Prossimi appuntamenti per gli amanti del genere: la Tedeschi-Trucks Band (19 marzo, Milano) e poi la rivelazione Marcus King (3 maggio, Milano). E peccato per i fantastici Drive by Truckers: sono in Europa proprio in questi giorni, ma l’Italia per loro è off limits. Mannaggia!

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